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Mondi distopici inquietanti e all’insegna dell’aberrazione, futuri (molto) prossimi che ci raccontano come il rapporto tra uomo e tecnologia possa portare alla perdita di umanità. Se Black Mirror, serie antologica creata dal geniale autore-produttore britannico Charlie Brooker, è uno dei cult televisivi più venerati degli ultimi anni è perché il fosco domani ritratto nei suoi episodi autoconclusivi del tutto indipendenti (una formula che richiama alla mente un classico storico come Ai confini della realtà) non è altro che una lettura del nostro presente: iperbolica e ai confini della sci-fi, certo, ma terribilmente verosimile e certamente profetica. Correva l’anno 2011 quando apparve per la prima volta sul piccolo schermo, prodotta dalla rete britannica Channel 4: tre episodi di fulminante intelligenza, cui seguì una seconda stagione nel 2013 (altri tre episodi) e uno speciale natalizio nel 2014. Dopo una pausa, la verve creativa di Broker ha trovato nuovo sfogo grazie all’intervento di Netflix, che ha prodotto una terza annata da sei episodi (la quarta è attesa per il 2017). Plauso al colosso americano dello streaming, che ha regalato al pubblico il doveroso prosieguo di un grande prodotto con una stagione che, per quanto leggermente meno sferzante e convincente delle precedenti, resta un esempio di altissima qualità narrativa e drammaturgica.

 

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Andiamo quindi a guardare ai singoli episodi di Black Mirror 3, a partire da Nosedive / Caduta libera, forse il più atteso per la presenza dell’attrice Bryce Dallas Howard. Apologo a tratti grottesco, descrive una società in cui l’intera esistenza dei cittadini è regolata dal punteggio ricevuto su un social network che ricorda Facebook e Instagram (peraltro, ricreato davvero e messo online con una geniale mossa di marketing). In questa sorta di mondo orwelliano a colori pastello dove tutti sorridono, la protagonista Lacie è letteralmente disposta a tutto per raggranellare i like necessari a essere considerata popolare (e, quindi, socialmente accettata). Non sempre coeso e perfetto nella sceneggiatura, è una fotografia furba e dissacrante della vita ai tempi dei social, disgraziatamente molto più realistico di quanto non vorremmo ammettere, con una Howard semplicemente bravissima. 

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Il secondo episodio Playtest / Giochi pericolosi è invece un thriller dai toni horror che vede il protagonista Cooper (Wyatt Russell, figlio di Kurt e Goldie Hawn) testare un videogioco dagli effetti decisamente realistici. Angosciante e con un finale che spiazza, è probabilmente il meno riuscito dei sei episodi, con un prologo sin troppo lungo e, qua e là, qualche calo nel ritmo. 

 

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Shut Up and Dance / Zitto e balla è al contrario l’episodio più teso e adrenalinico, con il diciottenne Kenny (Alex Lawther) ricattato da una misteriosa entità che costringe lui e altri sventurati personaggi a sprofondare letteralmente in una catena di atti criminali, pena la divulgazione di segreti inconfessabili. Stavolta il tema centrale è il cyberbullismo, ma Brooker va oltre la semplice, per quanto attuale, riflessione sulla potenziale pericolosità della tecnologia informatica. Calato nei confini di un perfetto prodotto di genere, forte di una suspense incalzante e di espedienti narrativi splendidamente congegnati (uno su tutti, l’invisibilità dei misteriosi “cattivi), l’episodio ci pone di fronte a un’analisi della doppiezza umana – cosa si è disposti a fare pur di nascondere i propri lati oscuri? – sino a un finale amaro e annichilente.

 

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Tra le sei storie, si distingue invece nettamente il quarto San Junipero, diverso dagli altri per toni ed evoluzione narrativa (una volta tanto, con un finale che non è desolante e tragico, com'è tradizione nella serie). Per buona parte della sua durata, non c’è nemmeno traccia di atmosfere fantascientifiche o futuristiche: siamo negli anni Ottanta, in un’amena località balneare dove s’incontrano la timida Yorki (Mackenzie Davis) e la più disinibita Kelly (Gugu Mbatha-Raw). Tra nostalgiche rievocazioni del periodo (i giochi arcade) e una colonna sonora che frulla Smiths, Bangles e Simple Minds, il viaggio di San Junipero – che tocca anche gli anni Novanta e i primi Duemila, sino a un futuro molto vicino in cui la morte è trasformata in un Paradiso digitale di eterno divertimento – è una favola pienamente in linea con il revival Eighties in voga nell’ultimo periodo, ma anche e soprattutto una tenera storia d’amore, profondissima nella sua semplicità e straordinariamente capace di toccare le corde emozionali dello spettatore. Tra tutti gli episodi, è il più amato dal pubblico, che l’ha assurto a un vero e proprio status di culto.

 

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Siamo invece finalmente calati nella fantascienza post apocalittica con Men Against Fire / Gli uomini e il fuoco, pura sci-fi bellica in cui l’umanità è costretta a fronteggiare una sorta di apocalisse zombie e truppe militari specializzate sono chiamate a combattere contro i cosiddetti “parassiti”, persone infette che hanno ormai perso ogni residuo di umanità. Sembrerebbe dunque di trovarci di fronte a un sottogenere trito e ritrito, se non fosse che – come non tarda a capire il giovane protagonista Stripe (Malachi Kirby) – la verità è ben diversa dalle apparenze. Anche in questo caso, più che instillare la paura di un futuro deteriore, Brooker sembra dirci qualcosa del nostro presente, mettendoci in guardia dai rischi di una divisione sociale tra “noi e loro” che è argomento quanto mai attuale. Oltre a regalare ottime sequenze action, Men Against Fire è un’allegoria violenta, crudele e inquietante e una splendida riflessione sulle conseguenze della distorsione della realtà, che conta sulla presenza del bravo Michael Kelly di House of Cards

 

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Infine, chiude la stagione Hated in the Nation / Odio universale, un poliziesco puro nella forma e oversize nella durata (89 minuti, praticamente un lungometraggio). Anche stavolta, abbiamo come protagonista una coppia femminile: le due poliziotte Karin (Kelly Macdonald) e Blue (Faye Marsay), opposte per età, carattere e sensibilità. Se l’amicizia tra le due donne è forse l’elemento più riuscito dell’episodio, qui il tema della tecnologia sfruttata dall’egoismo e dalla follia dell’uomo è centrale. Raccontando la convulsa indagine su alcuni delitti che appaiono connessi a un trend virale della rete, l’episodio accumula diversi temi, dal problema quanto mai dibattuto dell’isteria collettiva da social, fino alla questione ambientale e al controllo della popolazione civile da parte dei governi. C’è tantissima carne al fuoco, eppure Hated in the Nation riesce a conservare intatta la propria qualità nonostante le troppe svolte e qualche eccessiva spettacolarizzazione. Una conclusione che chiude il cerchio di una terza stagione capace ancora di sorprendere lo spettatore e portarlo attraverso territori affascinanti quanto sconvolgenti. L’attesa, ora, è tutta per la stagione numero 4.

Voto: 3/4

 

 

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