Serie tv

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Produzione Showtime, in onda su Sky Atlantic

Laura Palmer ha mantenuto la promessa fatta all’agente Cooper. A 26 anni dallo spiazzante finale che (solo apparentemente) chiuse Twin Peaks, la serie che ha riscritto il linguaggio della serialità televisiva è tornata con una terza, attesissima, stagione, in onda su Sky Atlantic. Preceduti da un battage martellante che pure ha mantenuto la totale segretezza su scene e plot, i 18 nuovi episodi del cult di David Lynch e Mark Frost si aprono nel segno della continuità con il passato, con le musiche di Angelo Badalamenti e un’ellissi temporale che ricollega immagini delle prime due annate al cupissimo presente, volto a raccontare “l’odissea dell’agente Cooper di ritorno a Twin Peaks”. 

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Ci rivedremo tra venticinque anni

Laura Palmer

La promessa di David Lynch sta finalmente diventando realtà. Venticinque anni dopo le parole pronunciate da Laura Palmer nella Loggia Nera, la serie più inquietante e amata di sempre sta per tornare con una terza stagione che, si spera, risponderà a molte delle domande lasciate aperte dall’episodio finale del 1991. Ci eravamo lasciati con il terrificante ghigno dell’agente Dale Cooper (Kyle MacLachlan) che ritrova nello specchio della sua camera d’albergo il volto di BOB (Frank Silva): cosa ne è stato dello stralunato agente dell’FBI da lì in poi? La possessione l’avrà portato a commettere stupri e omicidi? Maddy Ferguson (Sheryl Lee) era veramente la cugina di Laura Palmer o un suo doppelgänger? Cosa succede nella Loggia Nera? Vedremo finalmente il volto di Diane?

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«Jessica Jones, stop talking».

«Who the hell are you?»

«My name is Matthew Murdock. I’m your attorney».

Defenders - Murdock Jones

Come The Avengers, probabilmente più di The Avengers. Defenders, in arrivo su Netflix dal prossimo 18 agosto, ha finalmente realizzato i sogni di chi nel 2015 si è divorato Daredevil e Jessica Jones e ha poi proseguito nel 2016 con la seconda stagione di Daredevil (che ha introdotto Elektra e The Punisher) e Luke Cage, concludendo il percorso lo scorso marzo con Iron Fist. Come avvenuto con The Avengers, che nel 2008 apriva il grande MCU (Marvel Cinematic Universe) con un notevole Iron Man e un mediocre Hulk (tanto che Edward Norton fu sostituto poi da Mark Ruffalo), per poi aggiungere i vari Thor e Captain America (entrambi del 2011) per arrivare all’unione di tutti i supereroi nel 2012, concludendo la fase uno del MCU e, di fatto, mai più raggiungendo un livello qualitativo elevato, se si escludono i due capitoli di Guardiani della Galassia e Doctor Strange.

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American Gods

“Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto l’amava.”

Inizia così American Gods, indelebile opera data alla luce da Neil Gaiman nel 2001 e diventata ora una serie tv. Premesso che la difficoltà nel rappresentare visivamente le pagine di un genio come  Gaiman sono già state evidenziate da opere non all’altezza come Stardust e Lucifer – con la sola eccezione del bellissimo Coraline – è altrettanto vero che, almeno da quanto si è potuto vedere nel pilot, la strada intrapresa possa essere quella giusta. A partire da titoli di testa affascinanti e simbolici, che riassumono il tema principale dell’opera: il contrasto tra divinità classiche e ciò che oggi è divenuto divinità, soppiantando la Fede con denaro, droga, gioco d’azzardo e avidità, arrivando a mettere anche un astronauta sul crocifisso, visto che anche l’allunaggio per molti non è mai accaduto, rendendo anch’esso, di fatto, un atto di fede. Believe. Questo dice il bufalo con occhi di fuoco all’incredulo Shadow, incontrandolo in quello che apparentemente sembrerebbe un sogno ma che per l’ignaro ex carcerato sarà solo l’inizio di una realtà incredibile.

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“Apri tutto, smarmella”, “a cazzo de cane”, “qualità o morte”: quando una serie funziona, i suoi modi di dire, i neologismi, i lessemi ricorrenti diventano tormentoni anche nella vita quotidiana. Ed è difficile che un addetto ai lavori non sorrida quando un collega gli chiede di aprire tutto: ma il bello di Boris è che, pur essendo una satira della fiction televisiva italiana e dei perversi meccanismi che vi si celano dietro, è riuscita con le sue tre stagioni a fare breccia in un pubblico molto più vasto.

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