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 Tra le più importanti attrici francesi degli ultimi trent'anni, Sandrine Bonnaire esordisce davanti alla macchina da presa a soli quindici anni grazie a una piccola apparizione ne Il tempo delle mele 2. La notorietà arriva già nel 1983 grazie a Maurice Pialat che la sceglie come protagonista di Ai nostri amori, grazie al quale ottiene un premio César come miglior attrice emergente. Il successo agli "Oscar francesi" si ripete nel 1985 con Senza tetto nè legge di Agnès Varda, ma questa volta il riconoscimento è nella categoria più importante. Negli anni successivi colleziona sempre più successi lavorando con i registi più importanti della scena transalpina: da Patrice Leconte a Jacques Rivette, da Bertrand Tavernier ad André Téchiné.

Una menzione speciale alle due collaborazioni con Claude Chabrol: Il colore della menzogna (1998) e Il buio nella mente (1995) con cui ottiene la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia, ex aequo con la compagna di scena Isabelle Huppert. Nel nuovo millennio compare in Femme fatale di Brian De Palma (2002), ma il suo ruolo più importante è nell'ottimo Confidenze troppo intime di Patrice Leconte (2004). Nel 2007 esordisce alla regia con il documentario Elle s'appelle Sabine: un'esperienza che si ripete con J'enrage de son absence (2012), il suo esordio nel cinema di finzione.

Questa intervista è stata realizzata in una tavola rotonda nel corso del Sottodiciotto Film Festival 2012, di cui la Bonnaire è stata grande protagonista attraverso un'importante retrospettiva curata da Marco Dalla Gassa e Fabrizio Colamartino. La redazione de i-FilmsOnline ci tiene a ringraziare nuovamente gli organizzatori per la grande disponibilità e l'aiuto nel realizzare questa preziosa intervista:

 

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Lei ha lavorato con diversi registi importanti (da Patrice Leconte a Claude Chabrol, da Agnès Varda a Jacques Rivette). Quale di questi l’ha influenzata maggiormente per il suo approccio alla regia e perché?

 

Non ho avuto riferimenti in particolare da nessuno dei registi con cui ho lavorato. Volevo che fosse una sfida con me stessa e volevo in qualche modo imparare da tutte le lezioni che ho ricevuto da questi registi per vedere di cosa ero capace muovendomi da sola.

 

Dal punto di vista attoriale, quali sono le grandi interpreti del passato alle quali si è maggiormente ispirata?

 

Da giovane adoravo Brigitte Bardot, ero una sua grande ammiratrice. Mi piacevano la sua   libertà, la sua audacia, la sua bellezza. Ma non avendo un desiderio particolare di fare l’attrice, né una fantasia sul tipo di attrice che volevo diventare, non avevo dei riferimenti precisi: ero soltanto in grado di ammirare qualcuno, di essere una fan, come appunto nel caso di Brigitte Bardot. Ho ammirato comunque diverse attrici in determinati ruoli.

 

La componente autobiografica è molto forte nel suo cinema da regista, tanto nel documentario in cui prende di petto la sua storia familiare, quanto nell’ultimo film dove la filtra attraverso una vicenda di finzione. Cosa può dirci al riguardo?

 

In realtà nel documentario Elle s’appelle Sabine, Sabine è il punto di partenza ma non è il tema del film. È un esempio della presenza di parecchie carenze nelle strutture sociali che sono comuni a tanti Paesi, in particolare nell’assistenza sanitaria, con riferimento all’autismo. È più che altro un atto politico e non ha una componente così spiccata di autobiografia, anche se naturalmente il punto di partenza è mia sorella. Anche nel caso di J'enrage de son absence il punto di partenza è stata una persona che io ho conosciuto quand’ero molto piccola e che ai miei occhi, nella sua decisione così estrema, appare eroica perché quest’uomo ha scelto, a un certo punto, di non volere più vivere e di rinunciare alla vita: un atto terribile di per sé, ma che ha una grande componente di eroismo, perché per arrivare a compiere una scelta di questo tipo bisogna avere tanto, tanto coraggio. Quindi forse il punto di contatto tra il documentario e il film di finzione è proprio nell’eroismo perché per me anche Sabine è una figura eroica. Con tutto quello che ha sofferto e che ha subito, riesce ancora a sentire un grande amore per la vita.

 

La componente autobiografica è altrettanto importante anche nel lavoro attoriale?

 

No assolutamente, anzi è il contrario. Quando lavoro come attrice prendo molta distanza, non soltanto da me stessa e dalla mia vita personale, ma anche dal personaggio. Per me il mestiere di attore è un po’ come quello del pittore che da un lato si avvicina alla tela per dipingerla, ma poi, per vedere come sono i colori, ha bisogno di allontanarsi. Questo allontanamento per me è molto importante per “vedere i colori” del personaggio, per riuscire a interpretarlo.

 

Ha dichiarato che potrebbe smettere di recitare ma non di raccontare storie. Dopo due opere così personali, come vede il suo futuro? Che tipo di storie la interessa?

 

Continuerò a fare entrambe le cose, anche se devo dire che recitare non mi manca, mentre se smettessi di realizzare film probabilmente ne sentirei la mancanza, perché credo che nella regia ci sia qualcosa di più forte. Ci sono due progetti che vorrei realizzare: un film per bambini, non d’ animazione, e un altro film che narri i destini di tre donne di una stessa famiglia, tre generazioni diverse, e da qui forse si intuisce l’importanza che per me ha il tema della famiglia, perché ritengo che ognuno di noi prenda forma dalla famiglia da cui proviene.

 

Essere stata a lungo attrice, prima che regista, ha cambiato il suo approccio dietro la macchina da presa?

 

Sicuramente il fatto di essere stata attrice ha molto influenzato il mestiere di regista. Conoscevo molto bene il processo di fare cinema davanti alla macchina da presa, ma quando sono passata dietro mi sono resa conto di conoscere molto bene anche l’altro aspetto, l’altra visione. Il desiderio di dirigere è nato dal fatto che negli ultimi anni ho lavorato in molte opere prime e in quel caso il mio ruolo andava al di là di quello dell’attrice, mi sentivo molto coinvolta, dando anche suggerimenti a questi registi.

 

Può raccontarci com’è stato lavorare accanto al grande Brian De Palma in Femme Fatale?

 

Una grande rottura di scatole. In realtà il film l’ho fatto come favore personale a Régis Wargnier con cui avevo girato Est-ovest-amore-libertà, ma non posso dire di aver recitato, è poco più di una comparsata quella che ho fatto nel film di De Palma.

 

Quale film che ha interpretato le è rimasto nel cuore?

 

Non ce n’è soltanto uno. Ci sono film che ti restano nel cuore per il ricordo della lavorazione, le riprese, le persone che hanno lavorato con te, dei film che restano per il risultato che hanno ottenuto e dei film che hanno avuto un ruolo che ho particolarmente amato.

 

Il Sottodiciotto si è aperto con un film d'animazione, Le jour des corneilles, doppiato da Claude Chabrol. Può condividere con noi un ricordo di quest’autore che non c’è più?

 

Chabrol amava molto cantare. C’era una tradizione su ogni suo set: alla fine delle riprese invitava tutta la troupe a cena in un grande ristorante (era una persona estremamente generosa) e alla fine della serata si metteva a cantare con sua moglie e a quel punto, siccome cantava malissimo, noi gli lanciavamo i tovaglioli addosso.

Vi posso raccontare un altro aneddoto divertente su Bernardo Bertolucci. Stavo girando Police con Gerard Depardieu e in quei giorni chiama un signore a casa, parlando in francese ma con un forte accento italiano, dicendo di essere Bernardo Bertolucci e di voler girare un film con me. Io ovviamente mi sono subito molto gasata, ci siamo incontrati più volte, ho chiesto informazioni sul progetto ma mi diceva che era ancora presto e che stava ancora lavorando alla sceneggiatura. L’avevo incontrato senza sapere che faccia avesse Bertolucci, non avevo mai visto neanche una foto. Un giorno sul set, Depardieu mi chiede se avevo già dei progetti dopo Police e io, tirandomela molto, gli ho detto: “Sì, girerò un film con Bertolucci”. Al che Gerard mi risponde: “Ma è impossibile, Bernardo è in Cina, sta girando L’ultimo imperatore”.

Io sono rimasta di stucco: l’avevo incontrato solo il giorno prima! Alla fine ho verificato con il mio agente: non era Bernardo Bertolucci, era una specie di pazzo che si era spacciato per lui…ma il paradosso ancora più grande è che un giorno, in uno studio di doppiaggio, stavo raccontando a Chabrol questa vicenda e in quel momento arriva proprio Bertolucci!

 

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