Dietro gli occhiali bianchi

In vista dell’uscita nelle sale nostrane del film Dietro gli occhiali bianchi, documentario diretto dal giovane Valerio Ruiz incentrato sulla vita e la carriera di Lina Wertmüller, abbiamo incontrato proprio il regista e la leggendaria cineasta per una breve e amichevole chiacchierata. Ricordiamo che il film verrà proiettato nei cinema il 21, 22 e 23 Settembre per poi approdare sulle reti di Studio Universal in Autunno.

 

Valerio, cosa ti ha spinto a realizzare un documentario, e come mai hai scelto di raccontare proprio la figura di Lina?

Valerio Ruiz: Negli ultimi anni il cinema documentario ha fatto passi da gigante. È la forma narrativa che prediligo, la più interessante e la più accattivante. Dagli Stati Uniti continuano ad arrivare opere che, in maniera migliore rispetto ai film di finzione, insegnano cosa voglia dire raccontare una storia per immagini. Peccato che in pochi se ne siano accorti, ma ultimamente il fenomeno sta crescendo sempre più riscuotendo la giusta attenzione. Con questo non significa che io snobbi il cinema a soggetto (il mio sogno è quello di poter realizzare un film di fiction), ma sicuramente non sottovaluto il genere documentaristico, anzi, mi piaceva l’idea di potermi mettere in gioco con tale filone. Ho conosciuto Lina nel 2009 quando ho iniziato ad approcciarmi al cinema sul set del suo Mannaggia alla miseria (2009) come assistente volontario alla regia. Da lì in poi Lina mi ha accolto sotto la sua ala proponendomi altri lavori supervisionati da lei, concedendomi spazio e soprattutto fiducia. Pian piano abbiamo iniziato a conoscerci meglio e quando nel 2012 abbiamo iniziato ad abbozzare insieme la sua autobiografia, mi è venuta in mente l’idea del documentario.

 

Lina, cosa l’ha spinta a collaborare così spesso con Valerio?

Lina Wertmüller: Io sono cresciuta nel mondo del cinema moltissimi anni fa seguendo lo stesso percorso di Valerio (ho iniziato a collaborare con Fellini, del quale conservo ancora i ricordi migliori). Il passaggio di testimone è fondamentale in questo ambiente. I giovani devono sperare di crescere sotto l’occhio di registi più esperti ed è giusto che, una volta diventati autori affermati, loro si comportino allo stesso modo con i ragazzi che vogliono cominciare. Il problema del cinema italiano odierno è che purtroppo i grandi nomi sono sempre di meno. Rispetto a quando ho cominciato io, i giovani sono privi di autori fondamentali dai quali poter imparare.

 

Valerio, quanto è durata la lavorazione del documentario e come hai deciso di approcciarti alla materia?

Valerio Ruiz: Complessivamente ho impiegato tre anni per finire il lavoro. Ho iniziato provando a pensare in maniera dettagliata a ciò che volevo. Come ti dicevo, la scrittura narrativa penso che sia una delle chiavi principali per realizzare un documentario. Così ho scritto e riscritto diverse volte il film e ho pensato approfonditamente a ogni domanda da porre a ogni singolo ospite. Poi è iniziata parallelamente la ricerca dei materiali video e la richiesta di interviste ai vari attori e registi presenti nel film. Per la prima componente mi sono rivolto sia ad archivi italiani che stranieri, ma soprattutto ho sfruttato l’archivio personale di Lina che è molto fornito e ordinato. Invece per i contatti con i suoi colleghi è stato più complicato perché ho dovuto insistere in alcuni casi (come con Martin Scorsese) per un anno intero prima di ottenere un incontro e poter registrare i loro commenti.

 

Lina, che effetto le ha fatto veder ripercorrere la sua carriera sul grande schermo?

Lina Wertmüller: Rivedere il mio percorso in un film non mi ha toccata più di tanto. Sono cose che capitano spesso nel nostro mondo e non sono un tipo molto sensibile a questo genere di esperienze: penso che siano normali e frequenti. Invece mi ha fatto molto piacere ascoltare ciò che i miei vecchi colleghi hanno rilasciato alle cineprese di Valerio [ricordiamo che nel film sono presenti interventi di Sopfia Loren, Giancarlo Giannini, Martin Scorsese, Harvey Keitel, ecc., ndr]: sono stati tutti molto gentili e affettuosi e questo non può far altro che emozionare.

 

Lina, lei è stata la prima regista donna ad aver ottenuto una nomination agli Oscar per la miglior regia (nel 1975 con il film Pasqualino Settebellezze). Può raccontarci un po’ le sue emozioni rispetto a quell’episodio?

Lina Wertmüller: Più che le emozioni di quel momento, che potrai immaginare essere state molto forti e positive (fu una soddisfazione davvero incredibile), vorrei provare a riflettere sul fatto che da quel giorno ci sono voluti altri 35 anni prima che il premio fosse assegnato a una donna, quando nel 2010 Kathryn Bigelow vinse con The Hurt Locker. C’è chi sostiene che l’Accademy sia piuttosto chiusa e indisposta ad accettare un cinema più “femminile” e chi invece sostiene che non ci siano mai state delle grandi autrici meritevoli del premio. Io credo che la verità stia nel mezzo. Le cause per cui si è ancora restii ad assegnare e anche solo a nominare delle autrici per la statuetta alla miglior regia risiedono indubbiamente nell’altissimo valore di alcuni registi che sono per la maggior parte uomini, ma anche un po’ nel pensiero più “conservatore” della giuria che fa fatica a vedere la donna primeggiare nel ruolo di regista.

 

Valerio, quali sono i tuoi progetti futuri e quali consigli ti sentiresti di dare ai giovani documentaristi esordienti?

Valerio Ruiz: Sono abbastanza scaramantico dunque non mi piace molto parlare del mio futuro. Ad ogni modo posso dirti che sto sviluppando una sceneggiatura a partire da un soggetto che ho ideato io stesso. Si tratta di un film di fiction che spero possa un giorno trovare una produzione pronta a realizzarlo. Per quanto riguarda i consigli diciamo che non ne ho, nel senso che anche io sono alle prime armi (questo è il mio primo lavoro) dunque ne ho ancora di strada da fare e di lezioni da imparare. Tuttavia, per come ho vissuto questa esperienza mi sentirei di suggerire a tutti di non aver fretta nel realizzare i propri progetti, soprattutto se si tratta di documentari poiché questo genere di film richiede un processo di realizzazione e di preparazione forse ancora più lungo rispetto ai film di finzione. Infine, vorrei sottolineare nuovamente il ruolo fondamentale della scrittura. Bisogna sempre tenere a mente dove si vuole portare il proprio film e quale messaggio voler trasmettere con le immagini che si scelgono, non si può improvvisare, nemmeno in un genere come questo dove la spontaneità è ben accetta. Ma solo se guidata.

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