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Abbiamo intervistato Mor Loushy, giovane documentarista israeliana autrice di Censored Voices, passato all'ultima Berlinale. Il film getta una luce inedita su un momento fondamentale della storia del suo Paese quale la guerra dei Sei Giorni, combattuta nel 1967 da Israele contro Egitto, Siria e Giordania. Per la prima volta, vengono recuperate alcune interviste fatte dal celebre scrittore Amos Oz ad alcuni reduci pochi giorni dopo la vittoria. Da queste "voci censurate", tenute a lungo nascoste, emerge una forte critica alla guerra da parte di quegli stessi soldati, in un documento storico di grande importanza.

Cosa ti ha spinto ad affrontare questo tema e come è partita l’idea di realizzare questo film, insieme ad Amos Oz?
Durante gli studi per la mia seconda laurea in storia, all’Università ho saputo di un libro molto speciale intitolato The Seventh Day. Per la generazione precedente alla mia era un libro piuttosto noto, mentre noi non ne avevamo mai sentito parlare. È scomparso dalla narrativa israeliana. Il libro era una voce contro la guerra scritto in un momento in cui l’intero Paese stava celebrando la vittoria. Ho scoperto che il libro era composto da blocchi di conversazioni raccolte solo una settimana dopo la fine della guerra e audioregistrate, e che la censura dell’IDF (le Forze di difesa israeliane, ndr) ne aveva censurato il 70%. Ho cominciato immediatamente a cercare quelle conversazioni e sono andata in cerca di Avraham Shapira, che conservava tutte le registrazioni a casa sua: era colui che aveva condotto le conversazioni con i soldati insieme ad Amos Oz. All’inizio ha detto di no, tanti giornalisti lo avevano già contattato prima. Poi, per qualche ragione ha creduto in me e ha pensato che un documentario fosse il formato giusto per presentare questo materiale esplosivo conservato per tutti questi anni dopo essere stato censurato negli anni ’60. Queste conversazioni sono state recuperate per la prima volta in questo film.

 

Dove hai ricavato l’enorme mole di materiali di repertorio utilizzati nel film?

Quando abbiamo dato via al nostro progetto eravamo un po’ preoccupati di non trovare abbastanza filmati, dal momento che la Guerra durò solo sei giorni e la tv israeliana non aveva granché da offrire a quel tempo. Abbiamo cominciato a cercare, ricavando materiale da trenta diversi archivi provenienti da tutto il mondo e abbiamo così trovato questi filmati così interessanti. Alcuni degli archivi non avevano mai visto la luce e li abbiamo digitalizzati. Alcuni erano stati girati da uomini andati in battaglia con la loro videocamera 8 mm. È stato emozionante vedere quello che abbiamo trovato, vedere questi filmati storici per la prima volta.

 

Dalle parole dei protagonisti emerge un spirito critico verso la guerra che, insieme ai racconti più crudi degli orrori vissuti, è l’elemento più interessante delle testimonianze. Molti soldati hanno provato la sensazione che Gerusalemme fosse stata da loro occupata e non liberata, ricordando addirittura la tragedia della shoah. Pensi che sia in questo punto la chiave del film?

Il nucleo del film è la storia di alcuni uomini che sono andati in guerra sentendo che stavano difendendo la propria vita e ne sono tornati sentendosi dei conquistatori. È la storia di quegli uomini che, pur avendo vinto la guerra, in realtà l’hanno persa perché sapevano che occupare territori civili è pericoloso per Israele e finirà per corrompere il suolo della nazione. Naturalmente la storia parla anche del dolore che si prova in guerra e della consapevolezza del dolore provato dagli altri. La critica verso la guerra è importante per capire in profondità come in una guerra alla fine siano tutti perdenti.

 

Il cinema israeliano è molto vivo, sia in ambito fiction che in quello del documentario, e si confronta molto spesso con la storia presente e passata della Nazione. Pensi che il cinema possa influenzare l’opinione pubblica e le menti delle persone?

È difficile capire se il cinema può cambiare la realtà, non vorrei essere ingenua e dire che è così, ma penso che Censored Voices riveli una parte importante della nostra Storia e del nostro presente. Spero che il film sollevi un grande sentimento di pubblica dissociazione che ci aiuti finalmente ad acquisire una maggiore consapevolezza e più strumenti per cambiare la nostra realtà.

 

Cosa significa oggi per il popolo israeliano fare i conti con le scelte politiche del proprio governo?  Pensi che esista un distacco tra ciò che fa il governo e ciò che pensa la popolazione?

Penso che purtroppo quello che è successo nel 1967 non segnò un distacco tra il governo e il popolo. Penso che i soldati che hanno parlato di questa "profezia" dell’ira divina fossero una minoranza. La maggior parte delle persone non andò a combattere e si lasciò travolgere da questo senso di grande vittoria, ne furono accecati e non vollero sentir parlare d’altro. Credo che vada così in molte guerre: i soldati partono guidati da una grande ideologia e in battaglia capiscono che non è quello per cui stavano combattendo. Ma le persone intorno a loro non vogliono ascoltarli. È questa la tragedia: la gente è davvero disposta ad ascoltare? Il governo appartiene al popolo ma è chiaro che è il nostro governo stia andando in una certa una direzione, e che ci siano interessi politici di mezzo. Il governo ci sta dettando una versione della Storia e vuole che restiamo ad ascoltarla. Per questo è importante sovvertirla e ascoltare quelle voci silenziose che ci raccontano una storia differente.

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