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Francesco Clerici  

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Il gesto delle mani è un documentario del regista italiano Francesco Clerici che racconta l'arte della scultura in bronzo nella Fonderia Artistica Battaglia di Milano. Passato nella sezione Forum della Berlinale 2015, il film è stato insignito del Premio Fipresci, attribuito dalla Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica. Abbiamo intervistato il suo autore, che ci ha raccontato come è nato questo film dedicato a un argomento così particolare.

Puoi spiegarci bene come è nato il progetto? Da dove è venuta l’idea di seguire il lavoro della Fonderia Battaglia?

Il progetto è nato da tanti fattori mescolati. Però a livello di cronaca la genesi è molto semplice: da cinque anni lavoro con Velasco Vitali, artista contemporaneo molto attento – tra le tante cose - anche alla trasposizione migliore di un’idea (di un concetto artistico, o intuizione) alla sua materia e quindi rappresentazione (pittorica o scultorea che sia) più adatta. Lavorando con lui sono entrato in contatto con la Fonderia Battaglia già diversi anni fa: il luogo mi ha affascinato, come credo possa affascinare chiunque. Solo nel 2013 ho seguito la realizzazione di una delle sue sculture di cane dalla cera (che lui ritocca e cura sempre in prima persona e nei minimi dettagli) fino alla patina finale, attraverso passaggi per me piuttosto misteriosi e affascinanti, accarezzati da tanti gesti senza tempo in un luogo all’apparenza medioevale. Due settimane di lavoro e decine di sculture effimere per ottenere il risultato finale che tutti vedono solo nella sua versione finita. La fusione a cera persa è una di quelle sacche di resistenza al progresso e alla storia che mi hanno sempre affascinato: volevo da anni trovare una storia da poter raccontare soprattutto per immagini, portando avanti una via di documentario oggi poco battuta in italia e che invece a me piace molto.

Quanto tempo avete lavorato al tutto?

Le riprese sono iniziate nel settembre 2013 e sono finite esattamente un anno dopo (anche se in realtà sono tornato a novembre 10 minuti per girare l’ultima inquadratura –una vecchia foto di Buster Keaton ritagliata da un giornale e appiccicata con palline di cera a una colonna-). Poi sono iniziate le riprese audio con cinque ragazzi (Mattia Pontremoli, Fortuna Fontò, Emanuele Pullini, Francesco Mangini e Michele Brambilla) che hanno fatto un lavoro certosino sull’audio, registrando tutti i dettagli e gli ambienti singolarmente: dal friggere della cera sugli utensili caldi alla terra refrattaria lanciata sulla forma da infornare. Non volendo usare musiche (se non nel finale) avevo bisogno di un ottimo audio che facesse “sentire” la fonderia. A inizio gennaio era tutto pronto per il missaggio audio di Massimo Mariani che ha finalizzato questo processo secondo me assolutamente necessario di “apertura” della presa diretta, facendolo diventare paradossalmente “più vero” e profondo. Grazie anche all’intervento di Andrea Paganini e di (mio papà) Italo Clerici, il video era pronto da spedire a Berlino il 22 gennaio.

È stato difficile rapportarsi con gli operai della Fonderia?

Mentre giravo, un giorno sì e uno no pensavo: ma io voglio fare un documentario sulla fonderia o voglio lavorarci? Più volte ho pensato di mandar loro il CV e partire come apprendista, e più volte lo sto pensando. Vedremo. Questo per dire che il rapporto con gli artigiani è stato prima “di ipnosi”, poi direi quasi di amicizia. E’ stato però un progressivo avvicinamento, qualcuno di loro era un po’ più solitario o chiuso, qualcun altro più aperto (ho anche cercato di tenere ogni caratteristica dei loro “personaggi” nel documentario). Per non disturbare e invadere troppo il loro spazio ho deciso di girare con una 5d e un cavalletto, senza nient’altro e nessun altro. E senza luci: cercando di scegliere la migliore inquadratura possibile tra quelle disponibili, anche perché loro mi hanno sempre fatto gentilmente capire che loro il lavoro l’avrebbero fatto come l’hanno sempre fatto: ero io a dovermi adattare. E questa cosa alla fine regala un ulteriore senso di “verità” ai gesti. In cambio della loro disponibilità ad accettarmi io scattavo una quarantina di foto a ogni sessione che poi regalavo a ciascuno. Questo ha ulteriormente permesso una reciproca interazione.

Quando hanno visto il film molti di loro erano stupiti (direi scioccati ma forse è troppo): non avevano mai visto quanto fossero bravi nel loro lavoro . “Ma siamo così bravi? Ma come hai fatto?” Ma io non avevo fatto proprio un bel niente se non mostrarli!

Il team di lavoro è pieno di giovani, è stato difficile coinvolgerli nel progetto? Dove avete trovato i fondi per realizzare il lavoro?

Al contrario: sono loro ad avermi “ri-coinvolto” nel progetto. Lavorando nelle pause tra i miei lavori e nei week end, spesso sono io ad avere avuto momenti di sconforto votati al desiderio di formattare l’hard disk per dedicarmi meglio agli altri lavori (pagati!). Per un po’ di tempo Martina, mia fidanzata che da attrice s’è temporaneamente fatta coordinatrice di produzione per aiutarmi, mi ha bloccato in extremis, poi quando ho chiesto ai ragazzi dell’audio se avrebbero voluto partecipare a questo progetto tutto è stato più facile: il loro entusiasmo ha coinvolto me, e sono loro ad avermi trascinato. Il giorno che ho visto Fortuna fare un’espressione di “piacere” mentre in cuffia sentiva la cera friggere al contatto con un raspino rovente ho capito che il film l’avrei finito.

Dal punto di vista economico sapevo di avere le spalle coperte (anche se sapevo di non poter sgarrare troppo con i costi – il film alla fine è costato circa 13000 Euro): Velasco Vitali e la Fonderia Artistica Battaglia mi hanno da subito garantito la copertura delle spese delle “maestranze” che avrei voluto coinvolgere, dandomi completa fiducia e libertà nelle mie scelte (cosa che non avrei avuto con le case di produzione). Per agevolare il tutto ho scelto di lavorare con molti amici che conosco da tanto tempo (come Claudio Gotti alle musiche e Giacomo Tincani alla grafica) e di farmi coordinare da due produttori esecutivi che oltre ad essere due carissimi amici (Jon Barrenechea e Ena Dozo) hanno una grande conoscenza del mondo dei festival e dei meccanismi di distribuzione e valorizzazione di un film a livello globale, non solo nazionale. Tutti poi retribuiti, ma tutti pronti a metterci il loro tempo e la loro professionalità per appoggiare un progetto di cui si sentivano parte.

Nel film la musica è (quasi) completamente assente, può spiegarci il motivo di questa scelta?

Al di là dei miei gusti personali, registicamente mi sembrava qui una soluzione (difficile ma) necessaria per far diventare la Fonderia una protagonista della storia a tutti gli effetti e non solo una location. Ogni ambiente dell’officina ha il suo audio con le sue caratteristiche che spesso vanno anche a dipingere l’immaginario sonoro e ambientale in cui si muove ogni persona che ci lavora.

Il commento musicale spesso è un modo facile per alleggerire un passaggio e per coinvolgere emotivamente, e in entrambi in casi segnala la presenza di un regista, insomma crea un filtro che io non volevo usare in questo caso.

Quali sono i documentaristi che più ti hanno ispirato?

Potrei scervellarmi per ore dicendo mille nomi forse ovvi, da De Seta a Wiseman, per poi accorgermi che sono solo dei punti di riferimento inarrivabili. Però devo citare quello che in effetti più mi ha insegnato (senza saperlo) e che (surrealmente) presenta il suo ultimo film nella stessa sezione del mio documentario, qui a Berlino: Nikolaus Geyrhalter. Il suo nome era la mia password gmail (ora che te l’ho detto ho l’ho dovuta cambiare: è stato il costo di un buon retroscena spero…). Invece a livello “reale”, personale, di supporto vero e di consigli preziosi, Pier Paolo Giarolo è stato unico. Poi con i documentari non c’entra niente ma Buster Keaton per me è un po’ il punto di partenza di tutto, ma sto andando fuori tema...

Cosa pensi che vada migliorato oggi nel cinema documentario italiano?

Mi sa che non sono nella posizione di poter tracciare una direzione, e nemmeno suggerirla. Personalmente preferisco le immagini alle voci fuori campo (noi Herzog non ce l’abbiamo). Preferisco le immagini alle interviste, un buon audio a tante musiche elettroniche. Preferisco vedere una storia che sentire la presenza del regista. Ma in generale l’unica cosa che andrebbe migliorata nel cinema documentario italiano è che andrebbe visto (e quindi proiettato) di più al cinema e dovrebbe guardare più all’estero e meno al suo cortile.

Cosa ti affascina di più in questo genere cinematografico, in questo modo di raccontare la realtà?

Mi affascina il modo in cui si riesce a raccontare una finzione passando attraverso la realtà, piegandola a favore di una storia.

Progetti futuri?

Appena trovo il tempo… C’è un progetto di documentario ancora con Jon (il produttore esecutivo) ma ci porterebbe in Nicaragua e non so se riusciremo a farlo “nei buchi di tempo” questa volta. Poi c’è un libro a quattro mani Velasco Vitali e uno da solo. E poi vediamo: vorrei anche tornare a presentare “i film degli altri” al cineforum di Rho dove lavoro ormai da sette anni, strappare i biglietti, chiacchierare.

Immagino che la selezione al Festival di Berlino sia motivo di grande orgoglio. Quali sono le tue aspettative per la trasferta tedesca?

Cerco di non avere aspettative: è arrivata in modo inaspettato ed è bello che arrivi tutto così.

 

 

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