1Ha solo venticinque anni, Xavier Dolan, e glielo si legge in quella faccia pulita e fascinosa, perfetto specchio di un enfant prodige che fa un cinema vitale e spericolato come pochissimi altri registi oggi sanno fare. La sua freschezza nell’affrontare i temi che gli stanno a cuore (l’identità sessuale, la figura della madre, l’adolescenza) appare senza pari, un indomabile fuoco sacro che accende ogni inquadratura dei suoi film e in virtù del quale egli non sembra preoccuparsi di apparire kitsch, eccessivo o tantomeno compiaciuto, spingendo l’asticella delle sue messe in scena sempre un po’ più in alto. Ma Dolan è, cosa che non stupisce, assai generoso anche nel parlare di se stesso e del suo cinema, come ha dimostrato nell’incontro romano con la stampa per la presentazione del suo ultimo lavoro, Mommy, Gran Premio della Giuria a Cannes e in uscita in Italia il 4 Dicembre.

 

Dal matricidio del tuo primo film, J’ai tué ma mère a questo film, la madre è una figura chiave dei tuoi film.

Per me sono due film completamente diversi, del tutto opposti, a parte il fatto che sono io che li ho scritti e li ho girati e c’è Anne Dorval come protagonista. J’ai tué ma mère è ambientato in un mondo sociale che sarebbe anche confortevole, da classe media, in cui i conflitti quotidiani sono piuttosto banali. Mommy invece non parla di una crisi adolescenziale, ma di una crisi esistenziale, ed è un film incentrato sullo strato più basso della classe sociale. Potrebbe sembrare la storia di una madre e un figlio incompatibili, invece per me è la storia di una madre e di un figlio che si amano troppo. La violenza in questo caso doveva essere più selvaggia, reale e crudele di quanto non lo fosse nel film precedente.

Gli uomini nei tuoi film non fanno mai una gran figura, e spesso sono assenti, negati, stretti in un fuori campo perenne.

Io sono cresciuto in un mondo di donne. Mio padre è stato piuttosto assente nella mia vita, i miei hanno divorziato che io avevo due anni e mia madre si è trasferita nella periferia più profonda, che è dove io ho girato Mommy, tra l’altro. In realtà sono stato cresciuto da una parente di mia nonna, una prozia materna con cui vivevo, in campagna, a tre ore da Montréal. Osservavo le madri, le donne. Ho passato la mia vita a fare questo e dal punto di vista artistico non posso che tornare a soffermarmi su questo. Non è mai capitato, per quella che è la mia esperienza, di vedere degli uomini lottare per qualcosa, per il lavoro, per preservare la famiglia o la propria posizione sociale. Ognuno chiaramente ha la sua storia personale, ma io ho visto lottare le donne. Le ho viste piangere, per amore, per gioia, per tristezza, per i propri figli. Sono queste le situazioni che m’interessano per la scrittura di un film.

Dal punto di vista cinematografico, consideri conclusi i film che parlano della madre, o meglio, di tua madre?

Il fatto che mia madre sia per me una fonte d’ispirazione non significa che io mi sia sempre ispirato a lei direttamente. L’autobiografia non è conseguenza diretta di ciò, anche se il mio primo film era personale e autobiografico praticamente al 100%. Ma non si tratta di un’operazione terapeutica: io so bene qual è il rapporto con mia madre, so com’era e come sarà in futuro, so bene chi è e conosco il nostro legame già a fondo. Io lavoro per sapere altre cose per conoscere me stesso per conoscere la vita. Per me comunque mia madre è La Madre. Non è mia madre ad ispirarmi però, sia chiaro, ma è la madre in generale, un personaggio che io trovo potente e ricco, che racchiude dentro di sé una miriade di idee ed emozioni e offre tantissimo. I personaggi femminili poi rimangono un veicolo di sceneggiatura molto interessante.

Come è organizzato il processo creativo dei tuoi film, soprattutto in rapporto alla musica, che in Mommy è tutt’altro che assente?

Per me la musica viene spesso prima del film stesso, lo immagino come una partitura in cui la musica è data dal suono ma anche dal silenzio. Mi capita non di rado di ascoltare una canzone e di pensare alla scena che mi ispira. Per Mommy sapevo che avrei usato il formato 1:1, era una decisione drastica che dovevo stabilire prima per forza. Non è però che io sappia sempre prima quale linguaggio adotterò, le fasi della lavorazione di un film sono quelle che sono e sono definite, oltretutto su un set accadono così tante cose che è giusto coglierle. Anche gli attori possono contribuire.

Nei tuoi film c’è sempre una recitazione di altissimo livello. Anche la tua, nei film in cui ha recitato, lo è. Che rapporto si instaura coi tuoi attori?

Prima ancora del cinema la mia grande passione è la recitazione, sia che riguardi me stesso sia che riguardi il rapporto coi miei attori. Il mio compito è capire i diversi stili di recitazione, provarli ed esplorarli. I miei testi li recito ad alta voce, voglio che siano fluidi e voglio poterli immaginare in bocca agli attori perché desidero che siano il più veri possibile. Con Anne Dorval li testo sempre, a prescindere che lei lavori o meno nei miei film. Io mi siedo su uno sgabello, lei su un altro, apriamo una bottiglia di vino, fumiamo ed esaminiamo i dialoghi, correggendo le note di troppo o che mancano e mettendo a fuoco ogni sfumatura. Non faccio troppe prove sul set con gli attori, non li voglio imprigionare dentro modelli troppo fissi o troppo rigidi e non voglio trovarmi impreparato allo stesso tempo, per cui cerco un equilibrio intermedio. Sul set io guardo ognuno delle scene che vengono girate sul piccolo monitor, quando vedo un particolare giusto o che mi sembra adeguato, può essere un gesto o un movimento, dico ai miei attori di farlo e glielo comunico sul momento, cosa che può essere molto irritante, non a caso al montaggio si sente la mia voce sulle immagini mentre urlo indicazioni. I miei attori li faccio recitare come piacerebbe recitare a me, lo spettatore si identifica con gli attori per cui credo che se in un film la recitazione non è buona crolla un po’ tutto. Chi guarda s’identifica con l’attore, non certo con la moquette o la decorazione.

Credi che i tuoi personaggi dipendano molto dalla loro identità sessuale e siano definiti da essa?

No, non credo, è un aspetto accessorio. J’ai tué ma mère non parla certo solo di un figlio che annuncia alla propria madre il proprio essere omosessuale, è come se io dicessi che quel tale film parla di un giovane di colore, in sé non significa nulla. Vale anche per Les amours imaginaires, sarebbe come dire che Jules et Jim di Truffaut è un film sull’identità sessuale, quando invece è una metafora sulle difficoltà amorose di una coppia. Tom à la ferme invece era un film sulla menzogna più che sull’identità sessuale, parlava dell’abisso tra città e campagna, dell’intolleranza sociale verso i diversi. E’ di questo che parlano i miei film, delle aspirazioni dei miei personaggi, di cosa li nutre, voglio celebrarne la differenza. La società non tollera la diversità, che sia grande o piccola, eppure la differenza è alla base del progresso e di tutto. Bisognerebbe celebrarla, la differenza, invece se ne ha paura e la si percepisce come una minaccia.

Mommy per la vitalità travolgente dei suoi personaggi, anche nel dramma e nei toni forti, sembra un film di Fassbinder, e la performance di Anne Dorval è quanto di più vicino alla Gena Rowlands dei film di Cassavetes ci sia stato dato da vedere negli ultimi anni. Per caso due maestri come i registi appena citati hanno avuto un qualche influsso sulla tua formazione, specie per quel che riguarda la direzione degli attori?

(Sorride, ndr) In realtà non ho nessun tipo di formazione, ho interrotto gli studi a diciassette anni, quando i miei amici andavano ancora a scuola e altri amici più grandi già lavoravano. Ho vissuto un periodo molto solitario. Da bambino non vedevo film di tipo cinematografico nel vero senso del termine. Sono un ignaro, uno che non conosce. C’è stata un’amica di mio padre che faceva la sceneggiatrice e che mi ha fatto vedere alcune cose più raffinate, come Lezioni di piano o i film di Wong Kar-Wai. A lei sono molto grato, mi ha anche passato cose che da solo non avrei mai letto, come i romanzi di di Agota Kristof o Tonino Benacquista. Per i film che devo ho fatto un sacco di debito perché li prendevo in prestito e non li riportavo mai. Non faccio differenza tra cinema pop e cinema d’autore, per me esistono solo film belli e film brutti. Visto che ho iniziato a fare film a diciott’anni e non a trenta, per me i riferimenti erano i film che avevo visto a 8-9 anni, i drammi familiari degli anni ’90, i film commerciali. Riferimenti che per voi saranno anche ridicoli, ma sono le cose con cui sono cresciuto: Titanic, Batman returns, i film con Robin Williams, Jumanji. Di Titanic io parlo spessissimo, in quel caso ogni nota è al punto giusto, è una vera partitura. La stessa cosa vale per Lezioni di piano o Happy Together, fanno ciò che devono fare in termini di stile, di mandato che hanno. Nella mia formazione hanno inciso più le riviste di moda, le immagini viste sui rotocalchi, i fotografi come Irving Penn e mille altri, Matisse, Chagall, Picasso. Non si sa bene cosa sia l’ispirazione, è una specie di telefono senza fili. Di film di Fassbinder e Cassavetes non ne ho mai visto neanche uno, non ne ho avuto il tempo.

Mommy rappresenterà il Canada ai prossimi Oscar.

E’ vero, per me quel tipo di cerimonia è molto prestigioso, tra l’altro guardavo sempre la cerimonia degli Oscar con mia madre. Vado in giro col mio film, incontro i giornalisti americani, i membri dell’Academy. Accadrà quel che accadrà, io vengo dal Québec che non c’entra nulla con Hollywood, da cui sono affascinato ma da lontano, mi finanzio da solo e ringrazio il cielo per essere stato a Cannes subito e per aver avuto fin dall’inizio critiche buone. Hollywood è pura adrenalina e ho già scritto un film in lingua inglese, a prescindere dall’Oscar non me ne starò sul divano perché ho un treno da prendere e già da lavorare.

Prossimi progetti, dunque?

Un film già annunciato, The Death and Live of John F. Donovan, che parlerà di una star americana che vive le tribolazioni che gli dà la celebrità. Un film che sui meccanismi dell’industria ma anche sul modo in cui le madri gestiscono la celebrità dei figli. Sarà forse il mio film più intimo, con un undicenne e un trentenne, il protagonista appunto, che si scrivono in segreto. Jessica Chastain avrà il ruolo di una redattrice demoniaca di una rivista di pettegolezzi. E pensiamo di tingerla di rosso! (ride, ndr)

Ci sarà posto per dei padri, quindi?

Avrò posto per degli uomini, per i padri non ho ancora ritagliato nulla, e certe cose non cambiano.

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