1409587245632smile lancio premiumAbbiamo intervistato Davide Tosco, autore, regista e produttore della web serie e del docu-drama SMILE, un innovativo progetto crossmediale composto da un docu-drama di 50 minuti (andato in onda su Raitre il 3 settembre 2014) e una web serie di 10 puntate. Un’idea interessante, che spicca nel panorama stantio della tv contemporanea, per la forma ma anche per il contenuto, che si pone come obiettivo di rappresentare i giovani alle prese con le dipendenze, le loro motivazioni, i loro drammi.

  • Smile è una web serie che nasce da un docu-drama, dove alcuni attori mettono in scena centinaia di testimonianze autentiche. Raccontaci la genesi del progetto e come si è sviluppato il rapporto con Raitre.

Si tratta di un progetto dalla genesi lunga e articolata, come spesso accade per le operazioni che cerco di seguire. SMILE (smile-tv.it) nasce da un'idea di approfondimento transmediale nativo, ma riesce faticosamente a concretizzarsi in un one-off di 50 minuti per la tv e 10 puntate brevi per il web. Era prevista anche una deriva radiofonica che non è stato possibile implementare. A tutti gli effetti, si tratta di un progetto in evoluzione che si è modificato e ha trovato una sua struttura solo sei mesi prima della messa in onda. Con Raitre negli ultimi cinque anni ho avuto il privilegio di produrre tre progetti molto diversi: quest'ultimo si è concretizzato anche grazie alle esperienze precedenti e a un rapporto di fiducia che si era stabilito nel frattempo. In passato abbiamo cercato di ampliare il bacino d'utenza andando a cercare non solo il pubblico televisivo ma anche quello di radio e web. È grazie alla lungimiranza del canale che è stato possibile concepire un'operazione di questo genere. Un docu-drama che si evolvesse in una webserie, con un registro narrativo molto diverso ma mantenendo uno dei personaggi (Andy, interpretato da Donato Ebraico): era effettivamente una cosa che non si era ancora fatta. Concettualmente una bella sfida che in qualche modo permetteva di elaborare un percorso narrativo insolito. Questo è quello che mi affascina di più oggi se penso a nuove modalità di ingaggio e narrazione.

  • Se si sceglie di trattare un argomento delicato come il problema delle dipendenze tra i giovani, quanto grande è il rischio di cadere nel moralismo e nella retorica e come avete cercato di evitare tale rischio?

smileL'approccio è fondamentale. I precedenti in Italia erano a mio avviso molto fuorvianti. La retorica e il moralismo sono alla base della maggior parte dei lavori che affrontano questa tematica, quando non è l'allarmismo fine a se stesso che trovo fortemente sterile. L'intenzione era proprio quella di evitare qualsiasi forma di moralismo o di retorica, lasciando che fossero i 'protagonisti' a parlare in prima persona, prendendo posizioni che erano frutto di una condivisione più generale da parte di molti coetanei. La ricerca di elementi universali, condivisibili dal pubblico perché simili alle esperienze che, in un modo o nell'altro, tutti fanno o vedono fare. È importante che ci si possa riconoscere, che le storie siano emblematiche, ma allo stesso tempo personali. Il lavoro di ricerca ci ha permesso di entrare profondamente nel merito di un tema complesso ma che ha punti di incontro che sono molto diffusi. È chiaro che se privilegiamo le esperienze e le riflessioni a discapito della 'notizia' siamo già in una dimensione diversa da quella che ci propongono solitamente i vari programmi di approfondimento con una tesi che è già stabilita in partenza. L'unica questione che mi interessa è l'ascolto partecipato, soprattutto in fase di ricerca e produzione di un contenuto. Ora sarà molto interessante valutare questo lavoro attraverso un ulteriore percorso di ricerca che possa verificare l'eventuale sfruttamento a fini di prevenzione. La domanda è: se proviamo a parlare di un disagio cercando delle soluzioni assieme alle persone che vivono questa condizione, che riscontro possiamo pensare di raggiungere? È chiaro che questa diventa anche una questione politica, nel senso che sarebbe interessante capire quanto questa modalità possa essere recepita da parte di tutte le realtà istituzionali che dovrebbero avere un ruolo attivo nel contesto della prevenzione agli abusi.

  • Quello delle web series è ormai un fenomeno in costante ascesa, che dal mondo di Internet sta cominciando ad affacciarsi in tv: pensi che questo formato stia influenzando direttamente i linguaggi televisivi?

Assolutamente sì. Ne è la dimostrazione il fatto che oggi anche i canali generalisti stanno guardando con estremo interesse a queste derive, commissionando nuove produzioni a nuovi gruppi di autori che vengono dal web. È sicuramente positivo e speriamo che questo possa portare un rinnovamento anche dei contenuti.

  • Avete scelto un linguaggio particolare come la web serie ancora poco sdoganata in Italia e, ancora di più, il docu-drama che inserisce personaggi di fiction (come Andy) accanto alle testimonianze reali. Come mai queste scelte narrative?

È importante cercare linguaggi che possano stimolare il pubblico a cui si fa riferimento. Il nostro pubblico in questo caso era idealmente quello giovanile, anche se in realtà il prodotto televisivo era destinato a un’audience più adulta. Di fatto, l'intenzione era quella di parlare a entrambe, un’idea su cui ho riflettuto a lungo era come sviluppare una modalità comunicativa che potesse costruire un ponte di dialogo inter-generazionale tra genitori e figli. Questo sarebbe l'aspetto più interessante secondo me: creare spazi di confronto. Credo anche che, soprattutto il mezzo televisivo, abbia bisogno di un profondo rinnovamento proprio nell'ambito dei linguaggi. Qui in Italia siamo decisamente indietro, continuiamo ad affidare programmi a un gruppo di roleplayer rimasto in un altra epoca, gli schemi produttivi sono anacronistici così come le formule narrative. La ricerca di linguaggi nuovi dovrebbe essere uno dei mandati del servizio pubblico, di fatto lo è quasi esclusivamente da parte delle agenzie pubblicitarie e dei grandi brand che possono permettersi operazioni di ricerca e sviluppo destinati proprio al target che avrebbe più bisogno di contenuti dalla valenza educativa, o almeno di un intrattenimento al passo con i tempi…

  • Le motivazioni che danno i giovani per la loro scelta di drogarsi sono francamente desolanti. Sembra che si droghino per divertimento o per uno stanco tentativo di ribellione contro un mondo adulto che non si sa bene cosa abbia fatto di sbagliato. Non vi sembra un ritratto superficiale e sconsolato di una generazione senza niente da dire?

Un po' effettivamente lo è. È vero che se avessimo fatto un lavoro sull'imprenditoria giovanile o sul mondo della musica, le esperienze raccolte sarebbero state altre. Era una mia preoccupazione quella di costruire un affresco che potesse risultare troppo generico e allarmista. Allo stesso tempo era importante affrontare un tema e provare a raccontarlo senza prendere una posizione di giudizio. Di fatto, è una storia vecchia: i giovani da sempre hanno bisogno di spingere i propri limiti, di sperimentare, di andare 'contro'. Fa parte del percorso formativo di ogni individuo. Il problema è che non esistono più rituali di passaggio 'controllati', i giovani sono lasciati a loro stessi e la società non gioca alcun ruolo nella loro formazione di un'identità. Se poi consideriamo i modelli culturali, e la pressione tra pari, è abbastanza facile analizzare le forme di aggregazione, i consumi e le dipendenze. Sono frutto di un contesto in cui le alternative sono effettivamente poche e in cui la scuola e la famiglia hanno un ruolo profondamente marginale. Presentare punti di vista diversi, di persone che vivono e osservano una condizione nei propri coetanei: credo che sia un'analisi tematica abbastanza coerente al contesto che raccontiamo. Questo ce lo dicono anche molte delle persone che hanno contribuito alla realizzazione, senza aver avuto una visione complessiva prima del completamento del programma. È chiaro che il lavoro autoriale, necessariamente, ti porta a comunicare quanto meno uno sguardo. Forse la questione che più mi interessava era proprio il contesto sociale e le forme di assuefazione che agiscono attorno al fenomeno del consumo, che ovviamente non è limitato alla questione delle sostanze. Questo secondo me è un problema marginale o se vogliamo un sintomo di un disagio molto più profondo. Quando riusciremo a coinvolgere e dar valore ai punti di vista dei nostri figli forse scopriremo che anche loro possono contribuire a un miglioramento della società. In realtà siamo così preoccupati a vederli come un problema che non ci accorgiamo di quanto potrebbero essere una risorsa.

  • Nella web serie l'unico personaggio positivo, nella sua follia, è Omar, “supernerd” che vive rintanato in un mondo fantastico tra spade Jedi e complotti alla Matrix. Volete forse dire che solo la fantasia ci salverà dal vuoto generazionale?

Non saprei se definirlo un personaggio positivo… Comunque questa è una domanda che dovreste rivolgere a Davide Mela, il giovanissimo sceneggiatore che come stagista è stato assistente alla regia del docu-drama e ha poi curato la parte autoriale della serie, e alla sua mente contorta. Il mio ruolo all'interno della web serie è stato semplicemente quello di affidare a lui la scrittura e alla sua coetanea (Alice Cicchetti) la regia. Per me era molto importante che ci fosse nella serie una deriva acerba ma potenzialmente fresca, che la Rai partecipasse alla produzione di un'opera di due ventenni: mi sembrava coerente nell'ambito di questo progetto.

 

A cura di Andrea Chimento, Camilla Maccaferri, Valeria Morini

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