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La rassegna “Alla finestra: tre film per un dialogo interculturale” e l’intero ciclo “9 registi x 9 film”, organizzati nell’ambito della Milano Movie Week, si sono chiusi venerdì 20 settembre con il film Qui è ora di Giorgio Horn. La pellicola mira a far conoscere la realtà degli oratori, tipicamente lombarda, attraverso il racconto della vita che vi si svolge. È intervenuto nella sala del cinema Osoppo il giovane sceneggiatore napoletano Gianmarco Altieri, che racconta come l’idea sia nata dall’esigenza di voler raccontare quello che non viene mai detto a proposito dei giovani: “Noi siamo sempre più abituati a sentir parlare di una nuova generazione di ragazzi come di una generazione distratta, perennemente al cellulare o in discoteca. Il mondo non è solo questo. Raccontare l’oratorio significa raccontare i veri giovani di oggi. Abbiamo raccontato giovani social, ma che non vivono il digitale come un limite ad altre esperienze di riflessione e dialogo con l’altro e con se stessi”.

 

Il film è un grande racconto corale: la scelta del regista e dello sceneggiatore è caduta su cinque oratori differenti, scelti in base alla peculiarità delle loro storie. C’è la parrocchia di San Luigi a Milano, l’oratorio di città; quella di San Giovanni Bosco a Clusone e quella di Lomazzo (Como), dove i ragazzi vivono insieme per una settimana, ogni mese. Si aggiungono alla lista due oratori di Brescia, frequentati al novanta per cento da bambini immigrati di seconda generazione. Per rispondere a questo contesto, l’ambiente bresciano ha assunto operatori e educatori immigrati. “È stata una chiave vincente perché si dà la possibilità in qualche modo di integrare, nel senso di includere” ha dichiarato lo sceneggiatore. “La chiave è imparare a convivere con l’altro”.

Nell’introdurre al pubblico il progetto, Gianmarco Altieri si sofferma anche sul proprio ruolo di sceneggiatore. Qui è ora è un docufilm, che presenta una struttura narrativa più forte di quella del normale documentario. Gianmarco, giornalista professionista oltre che cineasta, ha cercato di costruire una narrazione filmica selezionando e curando storie. A differenza del regista, molto più legato all’estetica, ha voluto offrire un contenuto: “Penso davvero che l’attenzione verso le storie del reale possano offrire un racconto e un’analisi del momento che viviamo oggi. Lo spettatore deve avere oltre che delle emozioni delle nozioni, deve capire cosa sta vivendo”.

Gianmarco Altieri, in realtà, ha incontrato e descritto solo realtà settentrionali. Napoli, terra d’origine, vede i propri ragazzi giocare lungo la strada, nei parchi. All’oratorio napoletano spetta il compito di togliere il giovane dalla strada, nelle zone più degradate e difficili. Un po’ come l’oratorio di Don Giovanni Bosco, il luogo principe dell’accoglienza.

A Don Bosco e alle successive realtà oratoriali, Altieri dedica alcuni frame e immagini di repertorio provenienti dall’archivio della biblioteca diocesana di Milano. Una scelta che non toglie al film l’aspetto che più colpisce lo spettatore: la sua contemporaneità, la sua attualità: “Io penso che l’oratorio non sia un’entità astratta e quindi avendo a che fare con i giovani, come succede agli insegnanti, si adegua, pur mantenendo i propri obiettivi”. Certo, da luogo di accoglienza oggi l’oratorio si è trasformato in luogo più intimo, un luogo di confronto.

Il pubblico del cinema Osoppo scommette: quel ragazzino di Lomazzo diventerà sacerdote. Poi una coppia di anziani si avvicina allo sceneggiatore. Lo ringraziano per aver descritto quella realtà che – qui e ora – rimpiangono un po’.

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