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camorra

Alla Milano Movie Week 2019, nell’ambito della rassegna "9 registi per 9 film – Le vie del documentario", martedì 17 settembre è stato proiettato Camorra, alla presenza del regista Francesco Patierno. Un docufilm dal titolo semplice, schietto, che “nella sua semplicità vuole stabilire un termine reale”.  Francesco Patierno, classe 1964, parla più volte agli spettatori del cinema Delfino della sua Napoli, da sempre abbandonata a se stessa, quasi fosse “una vittima sacrificale”. All’amata Napoli, Patierno ha dedicato diverse pellicole prima di Camorra, tutte con l’obiettivo di cambiare gli stereotipi con cui normalmente si guarda la città campana: Pater Familias, Napoli 44, che narra l’esperienza di un soldato nel 1944 nella “città più bombardata di Italia”.

 

Camorra nasce da una richiesta da parte della direttrice delle Teche Rai, Maria Pia Ammirati: quella di valorizzare il ricchissimo materiale presente in archivio, girato a Napoli negli ultimi anni. “Mi sono sentito come un bambino in un negozio di caramelle”, confessa Patierno, che ha potuto così ripercorrere in 70 minuti la storia della camorra dagli anni ‘60 agli anni ‘90 utilizzando soprattutto (ma non solo) interessantissime immagini di repertorio. Non mancano frammenti dalle coraggiose inchieste giornalistiche di Giuseppe Marrazzo e Luigi Necco, filmati ripresi da telecamere di sorveglianza, inserti fotografici. Un mix prezioso che esonda dal genere documentaristico.

A me piace sperimentare”, commenta a tal proposito Patierno, che non ama la definizione di “regista di documentario”: “Il cinema non è documentario né fiction. Il cinema è cinema perché ha una sua struttura narrativa dal quale nasce e si sviluppa in modo originale”. E aggiunge commosso: “Anche le fotografie hanno il potere di fermare l’attimo. La fotografia impressiona la pellicola, ma anche la memoria di chi vede quell’immagine. Il grande successo del film per me sono le immagini che restano a distanza di anni”.

La Napoli descritta da Patierno nel film si avvale del commento del professor Isaia Sales, docente di Storia della Criminalità Organizzata in Meridione. Il regista ringrazia più volte il professore, che ha saputo raccontare la realtà senza cristallizzarla in un’idea né in un’astrazione intellettuale. Oltre a Sales, ad accompagnare le immagini c’è la voce di Meg, cantante napoletana: “È stata la prima idea che mi è venuta. Non volevo una voce fuori campo, ma una cantante che riuscisse a fare un parlato sulla musica. Il parlato sulla musica permette di poter dire delle cose che dette da una voce fuori campo sarebbero banali, ridondati o troppo intellettualistiche. Mi ha permesso di percorrere una strada inedita”.

Camorra si rivela dunque allo spettatore come un grande atto d’amore verso una città dolorante, che ha visto la nascita e l’evoluzione di un fenomeno di criminalità organizzata nuovo, legato intrinsecamente alla condizione della città e dei giovani napoletani. Niente a che vedere con Gomorra o con il cinema di finzione: “Credo all’onestà di un racconto”, dichiara il regista, “metto a disposizione dello spettatore delle immagini, che gli permettono di farsi un’idea propria, di avere emozioni che producono un ragionamento”.

Che ne è, infine, di Napoli oggi? “Napoli oggi è cambiata. Nel momento in cui diventa una città turistica il cambio si sta vedendo, ed è un cambio positivo. Oggi si può entrare in zone che prima erano inavvicinabili. Secondo me è un buon momento per la città e spero che continui. C’è una luce che prima non vedevo”.

Con gli accenni a barlumi di luce e di speranza si chiude il racconto di Patierno, che non nega come le ombre restino, comunque e dovunque. A un’artista è dato solo di “accettarle e rappresentarle”. Come quelle della signora che, al termine della proiezione, si avvicina timidamente al regista per dire che il mondo raccontato da Camorra lei lo ha vissuto per davvero.

Articolo a cura di Marialuisa Miraglia
Si ringrazia Yuri Benaglio per la collaborazione

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