locandina-gravity“I hate space.”

“Gravity è una storia semplice, ma con dietro molti significati.” (Alfonso Cuarón)

Non poteva esserci modo migliore per aprire la 70ª edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia: Gravity, presentato fuori concorso e scritto e diretto da Alfonso Cuarón (habitué della kermesse, vincitore nel 2001 dell’Osella per la miglior sceneggiatura con Y tu mama también), non smentisce le doti del regista messicano (già ampiamente dimostrate in opere precedenti: vedi alle voci Harry Potter e il prigioniero di Azkaban e I figli degli uomini) e incanta per la tecnica magistrale con cui è girato.

Un impianto visivo di rara bellezza domina, più che fare da sfondo, (al)la tragica epopea della dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), ingegnere biomedico per la prima volta in missione, e del veterano astronauta Matt Kowalsky (George Clooney), colpiti da una pioggia di meteoriti che causa la distruzione della navetta e li lascia alla deriva nello spazio profondo.

 

Un incipit costituito da 20 minuti di piano sequenza che lasciano senza fiato: la macchina da presa diventa parte integrante della vicenda, partecipe del dramma vissuto dai protagonisti, accompagna, avvolge e infine destabilizza facendo precipitare personaggi e spettatori in un incubo. L’orrore del nulla assoluto, l’angoscia della morte incombente, il terrore dell’ignoto: le umane paure ancestrali si concretizzano in immagini dalla potenza inaudita, ispirate ai capolavori del genere fantascientifico (2001: Odissea nello spazio) anche nella rappresentazione dell’eroina Bullock (evidenti i rimandi alla Ellen Ripley di Alien).

 

La perfezione formale è in parte inficiata da una morale scontata (le esperienze traumatiche che fanno comprendere l’importanza di non sprecare la propria vita), da punte di melassa troppo accentuate (riguardanti principalmente la scomparsa della figlia della dottoressa Stone) e da un finale totalmente inadatto, retorico e superfluo; ma di fronte ad una maestria tecnica che non si vedeva dai tempi di Kubrick, ne vale comunque la pena.

Gli interpreti si confermano all’altezza della situazione: volenteroso Clooney, in costante crescita; inaspettatamente perfetta Sandra Bullock, alle prese con un ruolo assai difficile.

Voto: 3/4

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