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C’era una volta una famiglia di coniglietti, ridotta in mille pezzi.

L’opera seconda di Johannes Nyholm - presentata nella sezione “World Cinema Dramatic” del Sundance Film Festival 2019 e in concorso al Milano Film Festival – è una fiaba macabra che gronda dolore e straniamento da ogni frame, oltre che sadico umorismo. Due coniugi danesi perdono l’unica figlia il giorno del suo ottavo compleanno. Dopo tre anni di lutto, nel tentativo di ritrovare la pace e salvare il proprio matrimonio, Elin (Ylva Gallon) e Tobias (Leif Edlund) vivono un’esperienza di campeggio. Sarà l’inizio di un incubo, costellato dalle continue apparizioni di un threesome inquietante composto da un giostraio stralunato in abito bianco, una donna con un mastino al guinzaglio e un gigantesco pastore con un cane ferito in braccio. Il tutto scandito dai versi di una canzoncina popolare.

Koko-di Koko-da è un film che rifugge a qualsiasi definizione e costrizione di genere. Scenari alla Lynch e vortici spazio-temporali che sembrano alludere in parte alla poetica di Kubrick, lasciano spazio a un’opera decisamente originale: una riflessione grottesca sul tema del lutto e sulle possibili reazioni a esso. Il film vede infatti ripetersi le stesse sequenze in cui, di volta in volta, i protagonisti cercano inutilmente di fuggire alla morte per mano del misterioso trio.

Il tremendo loop sinfonico che ingabbia i personaggi (come lo spettatore) esplora, nelle sue variazioni, i diversi momenti del rapporto coniugale. La confidenza iniziale della coppia, che si rifugia teneramente sotto un lenzuolo, si è tramutata in conflitto e forzata convivenza in una tenda. Nyholm gioca inoltre sull’elemento escatologico, quale urina e genitali, mettendo in luce la crisi dell’intimità sessuale. Solo nel momento in cui i protagonisti saranno disposti ad abbandonarsi con fiducia l’uno nelle braccia dell’altro, come una volta, potrà interrompersi la fatale giostra.

La pellicola è anche un grande esercizio di stile. Nyholm intreccia abilmente live action, ombre cinesi, spettacoli di marionette e disegni infantili, nel tentativo di indagare la coscienza umana nel suo substrato più profondo. Tutto si confonde, laddove la morte da nera si fa bianca, come l’abito dell’assassino.

Certo, quando si mette troppa carne al fuoco e la si condisce in modo così originale, il rischio è che si confonda anche lo spettatore. Koko-di koko-da, inoltre, pur prestandosi a più interpretazioni, si abbandona a una violenza gratuita e non necessaria. È insomma un film da masticare più volte per essere digerito. Ma anche un film di indubbia qualità, che non può, nel bene e nel male, non far parlare di sé.

Voto: 2,5/4

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