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Manipolazione. È il termine chiave su cui invita a riflettere il regista ceco Michal Hogenauer, che presenta al pubblico del Milano Film Festival 2019 la sua opera seconda: A certain kind of silence(Tichè doteky). La storia è molto semplice. Una ragazza ceca, Micha (Eliska Krenková), si trasferisce in un imprecisato paese europeo per svolgere servizio come ragazza alla pari, presso la famiglia del piccolo Sebastian (Jacob Jutte). L’entusiasmo e le certezze di Micha si infrangono, mentre si trova suo malgrado coinvolta in una rete di relazioni distorte e regole educative discutibili.

Hogenauer costruisce un thriller psicologico ispirandosi liberamente alla “setta delle dodici tribù”, organizzazione cristiana radicale da cui, nella Germania del 2013, furono allontanati 40 bambini col sospetto di abuso. A una storia realmente avvenuta il regista unisce la quotidianità della generazione Y - la generazione Erasmus - che, da presunta avventura, si trasforma in un perverso girone infernale. L’idea funziona, anche se la narrazione appare molto frammentata e il ritmo lento, per cui occorrerebbe forse rivedere la pellicola un paio di volte per acquisirne una visione d’insieme.

Ad accompagnare lo spettatore non sono tanto i colpi di scena, né le progressive scoperte della protagonista, ma l’atmosfera grigia, i colori spenti e i lunghi silenzi, che lasciano presagire fin dall’inizio lo svelarsi progressivo di dinamiche inquietanti.

Le luci fredde e il monocromatismo non sono che specchio dell’aridità esistenziale, nucleo fondante della setta. Micha impara ad amare asetticamente e a dipingere la propria vita di grigio, perché ogni emozione è male.

A ben guardare, A certain kind of silence si impone più come forte esperienza estetica che come racconto ben strutturato. E risulta difficile ricondurre quella che appare come distopia terrificante alla reale vicenda che, sei anni fa, sconvolse la Germania.

Voto: 2/4

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