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Ancora oggi il Portogallo deve fare in conti con il suo passato coloniale, come ci mostra Nação Valente di Carlos Conceição, presentato in Concorso al 75esimo Locarno Film Festival. Il regista portoghese è particolarmente legato al tema, già evocato nel suo cinema precedente, dal momento che lui stesso è nato in Angola nel 1979, solo quattro anni dopo l'indipendenza ottenuta dalla nazione africana. L'apertura di questo film davvero potente e originale ci porta proprio in questo Paese, nel 1974, mostrandoci la convivenza tra milizie portoghesi, popoli tribali, missionari cristiani, in un mescolamento tra diverse fedi, violenze, morti e contraddizioni. Il titolo internazionale Tommy Guns fa probabilmente riferimento al celebre fucile mitragliatore militare Thompson Submachine Gun.

Dopo questo prologo arcano e affascinante, ci concentriamo su un piccolo manipolo di soldati portoghesi chiusi in un avamposto ad aspettare la vittoria e la fine della guerra, come in un Deserto dei tartari di buzzatiana memoria. Sono un gruppo di ragazzi giovanissimi, isolati e lontani da casa da non ricordare nemmeno più l'aspetto delle loro madri, succubi di un colonnello padre/padrone, disorientati rispetto a qualsiasi stimolo che arriva dall'esterno, dall'elemento quasi kitsch dei gigantesco ritratto di Brigitte Bardot all'incontro con la prostituta, che conduce lo spettatore in modo inatteso a un clamoroso colpo di scena finale in grado di ribaltare ogni certezza.

È interessante come Conceição affronti tematiche profondamente complesse come il rimosso storico, il senso di colpa e il razzismo con suggestioni cinematografiche che vanno dal Kubrick di Full Metal Jacket al cinema horror, passando per il prog rock d'epoca (la sequenza sensuale sulle note di Spring, Summer, Winter and Fall degli Aphrodite's Child è davvero notevole), con il risultato di creare un film fortemente simbolista. Ostico e spiazzante, Nação Valente è una storia di guerra, fantasmi e zombie, certamente non di facile interpretazione, che, a detta dello stesso regista, rappresenta "una riflessione sulla Storia, la guerra e la paura, oltre che un ritratto della metafisica della tirannia", "una riflessione sulla natura ciclica del fascismo e su come questo rimanga una minaccia per l’evoluzione".

Voto: 2,5/4

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