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Se fai una commedia su Adolf Hitler e l'Olocausto le polemiche sono inevitabili e My Neighbor Adolf non fa eccezione, dal momento che la scelta di presentarlo in Piazza Grande al Locarno Film Festival (subito dopo i festeggiamenti per i 75 anni della manifestazione e il premio alla carriera a Matt Dillon) ha sollevato addirittura una piccola protesta con richiesta di ritiro dal programma. Un gruppo di registi israeliani ha infatti parlato di presunte limitazioni artistiche da parte della Rabinovich Foundation, finanziatrice del progetto. Sta di fatto che il film è stato proiettato regolarmente, una scelta difesa con forza dal direttore artistico Giona A. Nazzaro. 

Al di là di queste discussioni, legate dunque al dibattito politico su Israele e il suo governo e non alla tematica affrontata dal film, quella diretta da Leon Prudovsky è una tragicommedia interessante ma per la verità piuttosto innnocua, che si poggia interamente sulle interpretazioni gustose, seppur costantemente sul filo dell'overacting, dei due protagonisti David Hayman e Udo Kier. Il primo è un signore misantropo, burbero e solitario, che vive isolato in una scalcinata casa in Sudamerica negli anni '60. Unico sopravvissuto della sua famiglia alla Shoah, si convince che il misterioso Mr. Herzog, trasferitosi nell'abitazione di fianco, sia Adolf Hitler in persona, ancora vivo e vegeto e tenuto nascosto da un gruppo di nostalgici nazionalsocialisti. L'aspetto, l'inclinazione per la pittura, le abitudini e soprattutto gli occhi sembrano confermare la clamorosa ipotesi del sospettoso Polsky, che naturalmente non viene creduto dalle autorità e si trasforma in un detective dilettante per spiare il vicino e carpirne i segreti.

Si può ridere del nazismo e delle sue conseguenze nefaste per l'umanità? La risposta è sì, si deve anzi, come ci hanno insegnato Chaplin e poi via tanti altri, Benigni compreso, perché la commedia è uno strumento straordinario per riflettere e discutere, anche sulla Storia. E soprattutto perché il film di Prudovsky racconta soprattutto l'evoluzione di un rapporto, quello dei due protagonisti, una curiosa amicizia virile e, particolare non trascurabile, senile (raramente capita di vedere un film mainstream interamente incentrato su personaggi ultra60enni). Tenera e divertente, la pellicola israeliana è un prodotto non particolarmente originale ma garbato e piacevole, che solleva risate senza far dimenticare la necessità della memoria storica.

 

 

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