I daniel blake

Newcastle: Daniel Blake (Dave Johns) è un carpentiere sulla sessantina che a seguito di un infarto viene dichiarato dal suo medico non idoneo a lavorare. Non la pensano allo stesso modo i Servizi Sociali, contro cui l’uomo si trova costretto a combattere per vedersi riconosciuta l’indennità di malattia. Nel corso di questa sfiancante quanto avvilente battaglia i passi di Daniel si incrociano con quelli di Katie (Hayley Squires), giovane ragazza madre con due figli e senza un lavoro. Uno schermo nero, due voci fuori campo che discutono: da un lato una giovane assistente sanitaria, rigida e impostata, seccata nel sentirsi messa in discussione dalle repliche schiette e vivaci di Daniel, di cui conosciamo i problemi ancora prima del volto.

Possiamo dire che questo incipit racchiuda in sé tutto il significato più completo di I, Daniel Blake, il nuovo film di Ken Loach già vincitore della Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes e presentato anche in Piazza Grande al Festival di Locarno:  l’estenuante lotta delle classi meno abbienti contro un apparato istituzionale sempre più meccanizzato e disumanizzato, incapace di tendere la mano a chi ne ha davvero bisogno e diritto perché votato alle regole ferree ed inviolabili della burocrazia.

Daniel Blake è un cittadino modello, rispettoso delle leggi e dedito con passione al proprio lavoro. Eppure quella cui ci troviamo ad assistere è la sua parabola discendente verso la rovina, verso la perdita di ciò che rende l’uomo rispettabile in primo luogo agli occhi di se stesso: la dignità.

Fedele al cammino sino ad ora compiuto, Loach mette in scena un dramma sociale intergenerazionale sincero e toccante, in cui vero protagonista è l’intimo malessere di due individualità – Daniel e Katie – destinate a perdere contro una società ostile e presuntuosamente crudele nell’imporre i propri dettami.

Si riscontra forse un’eccessiva convenzionalità, insieme a qualche sbavatura narrativa (soprattutto in alcune soluzioni finali, tanto amare quanto prevedibili). Ma il risultato è nel complesso positivo, a dimostrazione dell’innata bravura di Loach nel dar voce a quella working class che tanto gli è cara.

Voto: 2,5/4

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