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locandina-il-mondo-perduto“Quest’isola è lo sporco segreto di Hammond... Il lato oscuro del suo parco” (Ian Malcolm, Il mondo perduto, Michael Crichton, 1995)

 

Michael Crichton, forte del successo ottenuto pochi anni prima con Jurassic Park, ispirandosi all’omonimo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle, decide di dar vita ad un sequel, Il mondo perduto. Steven Spielberg, che nella vita non si è mai lasciato sfuggire un’occasione propizia, decide di battere ferro finché è caldo, e inizia a girare un film omonimo, ispirato all’opera di Crichton ma che, viste le divergenze del suo Jurassic Park dall’originale, non può che essere differente. Infatti in entrambi i casi si tratta di un’operazione di salvataggio, ma nel romanzo è il dottor Levine (assente nel film) a dover essere recuperato, mentre nel film è Sarah Harding, già mandata da Hammond (ucciso dai dinosauri nel primo romanzo) a Isla Sorna, a voler essere recuperata da Ian Hammond, l’unico personaggio rimasto intatto dopo il primo film. La notizia sconvolgente è che esiste un “Sito B”, ossia un isola dove i dinosauri venivano creati, allevati e lasciati liberi in attesa di essere portati a Isla Nublar, la vetrina del Jurassic Park. Ma, mentre nel romanzo le intenzioni che spingono Levine ad addentrarsi nell’isola sono puramente di tipo accademico e scientifico, la InGen nel film spedisce molti uomini per portare i dinosauri in un parco a San Diego, visto il fallimento di pochi anni prima. Dunque la storia in un certo senso si ripete, ed è chiaro sin dalle prime sequenze che non si tratta del capolavoro ammirato con Jurassic Park, ma di un sequel pensato solo a fini economici.

 

 

“Oh certo, è così che si comincia:’ uuuuh, wow’... poi si arriva alle grida e alla fuga di massa” (Ian Malcolm a Eddie Carr, Il mondo perduto, Steven Spielberg, 1997)

 

Il problema vero di questo film è che manca proprio l’aspetto poetico e incantato che aveva contraddistinto il primo capitolo. Lo si capisce sin da subito, e questo accade anche nel romanzo: manca la freschezza e la dimensione magica di poter vedere o immaginare i dinosauri vivi, nonostante siano meravigliose le nuove specie mostrate e gli effetti speciali ILM siano ancora una volta stupefacenti. Eppure manca qualcosa, anche nell’atmosfera, si perdono gli occhi illusi dalla bellezza, ormai attutita da un primo capitolo talmente devastante che forse non ammetteva alcun tipo di replica. Ma, mentre Crichton è riuscito con la sua abilità a portare la storia su binari comunque interessanti, Spielberg non ha purtroppo fatto altrettanto, finendo pian piano con il creare una copia sbiadita del suo primo grandissimo film.

 

“Un animale estinto riportato in vita da noi non ha diritti. Lo abbiamo creato, lo abbiamo brevettato: è nostro.” (Roland Tembo, Il mondo perduto, Steven Spielberg, 1997)

 

L’errore maggiore di Spielberg è non essersi rinnovato, se non nelle immagini e negli effetti speciali. Infatti la trama spinge forte sul tema che già aveva caratterizzato Jurassic Park, ossia la salvaguardia della Natura dalle mani dell’uomo distruttore che cerca di dominarla per lucrare su di essa. Tutto questo, per fortuna, Crichton lo evita sapientemente, concentrando la sua attenzione sull’aspetto evoluzionistico e sulle teorie darwiniane messe in discussione dalle scoperte di quel mondo perduto che tutti ritenevano incredibile e frutto di fantasia. Di fatto, come emerge dalle parole di Crichton, su Isla Sorna i dinosauri «vivevano ciascuno per sé, in un mondo incontrollato, dove i più meschini e i più spregevoli sopravvivevano e gli altri morivano, all'insegna della sopravvivenza del più forte e del più crudele». Peccato che Levine, il personaggio più irritante ma anche più interessante del romanzo, nel film non esista affatto, come se Spielberg avesse deciso di abbandonare qualsiasi discorso teorico, dedicandosi totalmente alla suspense e all’azione: una scelta che non ha portato i frutti sperati, in quanto il film non ha nulla di speciale, di memorabile, a parte alcune sequenze e qualche dialogo.

 

“Tesoro, mi rivedrai a giorni” “No tesoro, ti rivedrò a pezzi” (dialogo tra Sarah Harding e Ian Malcolm, Il mondo perduto, Steven Spielberg, 1997)


Se c’è qualcosa che però Spielberg ha sempre saputo fare è intrattenere. E allora proprio le scene d’azione, quelle in cui i Tirannosauri o i Velociraptor cercano di mangiarsi gli ospiti dell’isola, sono senz’altro le migliori, perfette dal punto di vista tecnico ma anche del ritmo, capaci di regalare allo spettatore ciò che le parole possono rendere solo in minima parte. Ma certamente questo non è sufficiente per promuovere a pieni voti un film che ha riempito la trama di personaggi per poi farli morire presto, senza dar loro uno spesso, come fossero riempitivi di uno spazio che doveva essere fatto ma che non aveva, di fatto, ragione di esistere. Come del resto il libro, che, per lo meno, ci ha risparmiati il finale assurdo che Spielberg ha deciso di creare, e che desta non poche perplessità.

 

“Ma chi ci tengono qui dentro, King Kong?” (Ian Malcolm, Jurassic Park, Steven Spielberg, 1993)

Questa citazione sembrerebbe fuori luogo, ma purtroppo non lo è. Infatti Spielberg decide, nell’ottica di una critica all’avarizia e alla corsa all’oro che spinge gli esseri umani, «gli unici predatori che mangiano anche dopo essere sazi», di far portare un Tirannosauro a San Diego, in un omaggio a King Kong che resta solo parzialmente fuori luogo, ossia si adatta alla trama mediocre del film e si discosta dal romanzo in maniera totale, anche in questo dettaglio, dando vita ad un finale quasi comico dal tanto è inutile e terminando la pellicola – una delle peggiori del genio assoluto di Spielberg – nel modo peggiore possibile, o quasi, lasciando delusi gli amanti del romanzo di Crichton, che invece si riconferma bel thriller di fantascienza, ma non solo.



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