crash

Esiste una benigna psicopatologia che ci chiama a sé. Per esempio, un incidente stradale è un evento legato alla fertilità anziché alla distruzione; è una liberazione di energia sessuale […], con un’intensità che è impossibile in ogni altra forma. Sperimentare certe cose, viverle… Questo è il mio progetto.” (Robert Vaughan a James Ballard, Crash, David Cronenberg, 1996)
 
Non poteva esistere modo migliore per concludere il ciclo sulle trasposizioni cinematografiche ad opera di David Cronenberg. Il regista canadese trova, nel romanzo Crash (scritto da James Graham Ballard nel 1973), pane per le sue ossessioni, realizzando un assoluto capolavoro su un mondo ormai disumanizzato e vincolato/ossessionato a/da nuove forme di tecnologia.
 

 

 

La storia ruota intorno a James Ballard (omonimia non certo casuale), protagonista-narratore che, grazie ad un incidente stradale quasi mortale, impara ad associare il piacere sessuale alla meccanica dell’automobile. Oltre ad intrecciare una relazione con Helen Remington, che nello scontro ha perduto il marito, coinvolge la moglie Catherine in svariati scambi di coppia, tentando di spingersi verso un limite ormai sempre più lontano, e si lega morbosamente a Robert Vaughan, scienziato televisivo e autore di ricostruzioni di incidenti celebri, in un crescendo parossistico che non lascerà scampo.

Vedere il film è stata un’esperienza forte, sconvolgente, come un incidente stradale al rallentatore. E non per la violenza o la sessualità, ma per quel che DICE sulla violenza e sulla sessualità”. Queste le parole di Ballard, molto significative: Cronenberg, infatti, riesce a trarre dalla non facile materia la summa della sua poetica. L’incidente stradale, attraverso la fusione tra sesso e tecnologia, diventa una metafora e la contaminazione tra corpo e macchina, già ampiamente trattata dal regista, raggiunge qui vertici insuperabili grazie a personaggi che, in un presente quasi futuristico, si muovono come automi, ormai spersonalizzati ed oggettivizzati, in cerca di un brivido che dia una scossa alla loro vita. La passione per gli scontri, per la deformazione e mutilazione dei corpi, per la fusione tra carne e macchina sono il detonatore di una discesa agli inferi che modifica la loro percezione del mondo, creando interazioni e rapporti anomali, quasi sconnessi.

La freddezza di un mondo disumanizzato è resa da Cronenberg attraverso una forma gelida e controllatissima, che costringe spietatamente lo spettatore ad osservare da vicino lacerazioni, ematomi, cicatrici; ma, per sua stessa ammissione, ciò che sulla pagina risulta repellente, diventa quasi seducente, avvolgente, a livello visivo. Ecco un esempio di descrizione ballardiana, assai eloquente a livello di sgradevolezza:

Vaughan mi svelò tutte le sue ossessioni in materia di misterioso erotismo delle ferite: la logica perversa dei cruscotti intrisi di sangue, delle cinture di sicurezza spalmate di escrementi, dei parasole bordati di materia cerebrale. Per lui, ogni auto schiantata era causa di un tremore d’eccitazione: eccitazione per le complesse geometrie di un paraurti ammaccato, per le variazioni inattese di una griglia del radiatore schiacciata, per la grottesca sporgenza di un pannello di strumentazione contro l’inguine del guidatore, simile a un calibrato atto di fellatio meccanica. L’intrico di lame cromate e cristallo infranto rappresentava per lui la fossilizzazione eterna del tempo e dello spazio intimi di un individuo.

 

L’immagine, invece, attira lo spettatore, risultando quasi attraente. Forse questo è uno dei motivi per cui il film è stato ampiamente criticato ed osteggiato: come al solito, i più si sono fermati alla superficie, non capendo quanto Cronenberg, al di là dell’inevitabile fascinazione per l’argomento “contaminazione”, da lui analizzato durante un’intera carriera, appoggiasse gli intenti di Ballard, da quest’ultimo chiaramente esposti nella postfazione al romanzo:

 

Il matrimonio tra ragione e incubo che ha dominato il ventesimo secolo ha generato un mondo sempre più ambiguo. Il paesaggio delle comunicazioni è attraversato dagli spettri di sinistre tecnologie. […] Scienza e tecnologia si moltiplicano intorno a noi, dettando in misura sempre maggiore i linguaggi in cui parliamo e pensiamo. E a noi si impone di usarli, o di rimanere muti. […] “Crash” […] si occupa […] non di una catastrofe immaginaria, per quanto imminente, bensì di un cataclisma pandemico istituzionalizzato in tutte le società industriali: un cataclisma che ogni anno uccide centinaia di migliaia di persone e ne ferisce milioni. Cosa vediamo nello scontro automobilistico: un sinistro presagio di un orrendo connubio tra sesso e tecnologia? La tecnologia moderna ci fornirà forse inimmaginabili mezzi di sfruttamento delle nostre psicopatologie? […] In tutto il libro ho usato l’automobile non solo come simbolo sessuale, ma come metafora totale della vita dell’uomo nella società odierna. […] Il fine ultimo di “Crash”, inutile dirlo, è quello di monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovrailluminato, che sempre più suasivamente c’invia il suo richiamo dai margini del paesaggio tecnologico.

 

In sostanza, un mondo votato all’autodistruzione, sia sulla pagina che sullo schermo.

 

 

 

 

 

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