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«Mi sono svegliato dalla Malattia a quarantacinque anni, calmo e sano di mente, e in condizioni di salute ragionevolmente buone non fosse stato per il fegato debilitato e quell’aspetto di carne in prestito comune a chi è sopravvissuto alla Malattia… quasi nessuno ricorda il delirio nei dettagli. A quanto pare io ho preso appunti dettagliati sia sulla malattia che sul delirio. Non ho un ricordo preciso degli appunti presi e ora pubblicati con il titolo Pasto nudo». 

Così William S. Burroughs apre la prefazione del suo romanzo più celebre, Naked Lunch, pubblicato nel 1959 da una piccola e coraggiosa casa editrice francese, la Olympia Press, con il titolo Le festin nu.

Il pubblico americano dovette attendere invece il 1962 per leggere il terzo romanzo (i precedenti erano La scimmia sulla schiena e Queer) del maestro della beat generation, guru di Jack Kerouac e Allen Ginsberg.

 

 

Appena uscito nelle librerie statunitensi (grazie all’editore Grove Press) si sprecarono le polemiche e gli epiteti di disgusto verso un’opera tanto lontana da ogni canone letterario fino a quel momento conosciuto: “Illeggibile! Pornografico! Anti-americano! Merda! Sacrilego!” erano soltanto alcuni degli aggettivi con i quali la critica bollò il testo di Burroughs (anche se non mancava una minoranza che, al contrario, gridava già al genio).

Non poteva d’altronde che essere trattato così un romanzo che, fin dalla sua genesi, nasce in una maniera difficilmente accettabile per il pubblico di qualsiasi epoca. Benpensante o meno.

Tutto iniziò a Città del Messico, dove nei primi anni ’50 Burroughs andò insieme alla seconda moglie Joan Vollmer (lo scrittore non aveva ancora esplicitato, soprattutto a se stesso, la sua omosessualità), con la quale condivideva la passione per le droghe.

Dalla metà degli anni ’40 Burroughs iniziò a fare sperimentazioni con allucinogeni di vario tipo, per studiarne gli effetti e trascriverli sui suoi taccuini, che lo portarono presto alla tossicodipendenza (già descritta nel suo romanzo d’esordio, composto proprio a Città del Messico).

 

Il “periodo messicano” di Burroughs si concluse però in tragedia: una sera sotto l’effetto di droghe pesanti, nel tentativo di replicare Gugliemo Tell con una pistola al posto dell’arco e le frecce, uccise Joan accidentalmente. Dopo aver realizzato quello che era successo, Burroughs intraprese un lungo viaggio che dall’America Latina lo porterà a Tangeri, in Marocco.

 

Qui, in preda ad allucinazioni sempre più forti, scrisse pensieri deliranti, rapporti sconnessi sulle visioni che si trovava davanti, complotti nei quali la sua mente lo faceva credere invischiato.

 

Quando Kerouac e Ginsberg lo andarono a trovare lo convinsero a mettere insieme quegli appunti, sparsi per tutta la stanza e privi di un filo logico, in un romanzo che avrebbe avuto per titolo Naked Lunch. Scrive Burroughs che: «il titolo è stato suggerito da Jack Kerouac […] significa esattamente ciò che le parole esprimono: Pasto NUDO – l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta» (dall’introduzione al romanzo) , ma anche quella pagina bianca, vuota, che il romanziere si trova davanti nella macchina da scrivere, pensando a quali tasti/pietanze usare/assaggiare per iniziare il romanzo/pasto.

 

  1. Naked Lunch è un libro illogico (seppur segua un ordine), non consequenziale, frutto di deliri di tossicodipendenza e di situazioni soltanto sognate, senza una storia e con un personaggio che è in realtà lo stesso scrittore, come si può trarne un film?

 

David Cronenberg nei suoi primi lavori ha sempre scritto lui stesso il soggetto e la sceneggiatura, ma qualcosa è cambiato nelle sue opere immediatamente precedenti a Il pasto nudo.

 

  1. Inseparabili ha adattato un romanzo di Bari Wood e Jack Geasland; ma ancora prima, nel 1983, ha preso il nome di Stephen King e ne ha tratto La zona morta; e che dire allora de La mosca del 1986? Non solo il racconto di George Langelaan, ma soprattutto la pellicola L’esperimento del dottor K. di Kurt Neumann del 1958, della quale è un (non) remake (opposto).

 

Ma inutile avere dubbi: tutti questi titoli sono pure opere cronenberghiane per tematiche, messa in scena, figure e mutazioni. Facilmente cronenberghiane, se vogliamo, poiché tutti questi spunti di partenza avevano già in seno quella serpe stilistica che verrà coltivata dal regista nel corso di tutta la sua carriera. Passata e futura.

 

Appare tutto lineare. Addirittura semplice analizzare in questo modo le fonti (e i seguenti adattamenti) che Cronenberg traspone sul grande schermo.

 

Ma a metà strada fra il suo cinema del passato e quello del futuro (citando il romanzo cardine della beat generation) compare Naked Lunch e la musica cambia (fin dalla colonna sonora di Howard Shore, che segue in questo caso note jazzistiche per omaggiare l’arte dell’ “improvvisazione”, tipica della beat generation).

 

Un romanzo che, se è già considerato illeggibile, non può che essere infilmabile.

 

Come fare a realizzarne un film? Come ha fatto Cronenberg?

 

Seguendo un procedimento tanto semplice quanto geniale: non adatta il testo, ma lo stile dello scrittore. La domanda da cui parte non è come adattare l’opera, ma come portare sul grande schermo la tecnica dell’autore.

 

Ne nasce una pellicola che mescola il libro di partenza a episodi della vita di Burroughs, attraverso una regia che cerca (e ci riesce magnificamente) di restituire sul grande schermo la scrittura allucinata con la quale si descriveva l’inferno di un tossico.

 

Cronenberg non si limita a raccontare del protagonista Bill Lee (figura lacerata tra la necessità impellente della “roba” e il richiamo molesto della carne, braccato dagli spacciatori e dal suo Doppio) ma scava nella scrittura di Burroughs e nelle sue ferite, studia l’acume della sua paranoia romanzata e ricrea le sue acrobazie inventive stilistiche. Senza curarsi troppo dell’intreccio, proprio come faceva lo scrittore («La gente si lamenta perché i miei romanzi non hanno intreccio. Ma un romanzo picaresco non ha intreccio. E’ semplicemente una successione di incidenti» dichiarò a fine carriera).

 

Per questo motivo le scene, di conseguenza, non scorrono sempre fluide e procedono invece a scatti come pagine di diario strappate alla rinfusa. Un tentativo di cattura del cut-up di Burroughs? Si può scommettere di sì.

 

Cronenberg ha cercato di riflettere sulla genesi stessa di un’opera letteraria, penetrandola dall’interno: il suo film non è, come detto, l’adattamento di un libro inadattabile, ma il racconto cronenberghiano del processo che conduce alla creazione artistica di Naked Lunch.

 

L’adattamento di Cronenberg parte da elementi biografici che servono da prologo a un romanzo che si scrive sotto i nostri occhi. Citazione e situazioni sono prese dal romanzo, ma nella maggior parte dei casi: «si ha a che fare con mutanti, prodotti dalla fusione fra l’universo di Burroughs e quello di Cronenberg. Il regista ha quindi scelto di narrare una biografia nello stile di Burroughs inventando, strada facendo, capitoli interi che non appartengono né alla biografia (il rapporto con la coppia Frost, in realtà Bowles), né al romanzo (gli insetti macchina da scrivere-sfinteri parlanti)». (Serge Grunberg)

 

Ne nasce un adattamento unico, sconcertante e impuro, che non è fedele né allo spirito, né alla lettera dell’originale eppure, paradossalmente, in grado di risultare più autentico di qualsiasi altro possibile.

 

Autentico perché la pellicola di Cronenberg è una riflessione sulla creazione letteraria, ricreando l’universo creativo del precedente creatore. È come se, citando un precedente lavoro del regista canadese, William S. Burroughs avesse aperto il ventre di Cronenberg per infilargli dentro con violenza una videocassetta vergine con scritte due parole sull’etichetta: Naked Lunch.

 

Tanti elementi tipici del cinema di Cronenberg sono comunque presenti già nel testo (dalla sessualità agli stati d’allucinazione dei personaggi), ma riportarli semplicemente era troppo facile: erano di Burroughs, non suoi.

 

E allora è proprio la chiave di ricreare lo stile dell’autore del romanzo nello stile, suo e proprio, del film (la macchina da presa come penna di scrittura, direbbe Alexandre Astruc) che ha permesso, paradossalmente se vogliamo, a David Cronenberg di fare de Il pasto nudo qualcosa di completamente suo.

 

 

 

 

 

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