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la zona_morta

Stephen King

Appunti dalla zona morta

Scrivere e/o parlare di David Cronenberg non è impresa semplice. Da quando è stato riconosciuto come uno dei registi più originali e coerenti (dote rara) del cinema contemporaneo, l'artista canadese è stato definito in svariati modi, uno dei quali (senza dubbio il più ricorrente) è "profeta della Nuova Carne". Seppure riduttivo e abusato, il concetto aiuta a tirare le fila del cinema cronenberghiano, mettendo in luce i tratti principali della sua poetica: il terrore dell'uomo (nonché una morbosa fascinazione) di fronte alla mutazione del corpo, all'infezione, al contagio. A partire dai primi film cosiddetti "underground" (Il demone sotto la pelle, Rabid sete di sangue, Brood - La covata malefica), passando per rivelazioni assolute (Scanners, Videodrome), arriviamo al successo di critica e di pubblico con La zona morta (1983), dal romanzo omonimo di Stephen King del 1979. Pur avendo già trattato lo scrittore in relazione a Kubrick e a Shining, questo specifico caso di trasposizione, insieme ad altri (dello stesso regista) che sono seguiti, mi sembrano particolarmente interessanti, tanto da prospettare un ciclo dedicato agli adattamenti realizzati da Cronenberg per il cinema (oltre alla Zona morta, penso a La mosca, Inseparabili, Il pasto nudo e Crash).

 

 

La zona morta racconta la vicenda di Johnny Smith, giovane insegnante la cui vita è sconvolta da un incidente automobilistico che lo lascia in coma per quattro anni. Risvegliatosi, prende coscienza dei cambiamenti avvenuti intorno a lui (la sua fidanzata si è sposata ed ha avuto un figlio; la madre, traumatizzata, è diventata una fanatica religiosa) e si rende conto degli straordinari ed inquietanti mutamenti (mutazioni, direbbe Cronenberg) subiti dalla sua psiche: Johnny riesce ad avere visioni su passato, presente e futuro delle persone che tocca. Il dono della preveggenza si trasformerà in una crudele arma a doppio taglio, che porterà il protagonista a scelte agghiaccianti e radicali.

 

Teso, serrato ed allucinante, il romanzo di King riesce però ad essere davvero straordinario in quanto simbolo di un isolamento penoso ed assoluto: Johnny Smith è drammaticamente solo, vittima inerme del proprio destino pur essendo capace di (pre)vedere quello altrui. Trattandosi principalmente di un viaggio nell'interiorità del personaggio, non era facile immaginare (nel senso letterale del termine: porre in immagine) il romanzo; David Cronenberg ci è riuscito magnificamente, inserendo nell'immaginario kinghiano la sua ossessione, quella per il corpo. Il protagonista del film è segnato da cicatrici su cui la macchina da presa indugia, non (attenzione) in senso voyeristico, bensì elevandole ad emblema della sofferenza. Il dolore si esteriorizza, l'immagine diventa carne. Carne: ecco la parola chiave, per Cronenberg; fardello ingombrante, simbolo di sofferenza, deturpazione, certamente, ma di cui non si può fare a meno. L'anima è indissolubilmente legata al corpo e, in questo senso, per il regista, il tumore che si sviluppa nella "zona morta" del cervello di Johnny (morta in quanto legata ad una visualizzazione mancata, ad un dettaglio che sfugge) è un nuovo organo, un terzo occhio, un'estensione. Il connubio tra parola e immagine sembra quasi profetizzato da King nelle pagine del suo libro, attraverso le parole dello straziato protagonista:

 

"... Il tumore è solo l'ultimo anello di una disgrazia che è piombata su di me, una disgrazia che credo non si sia mai stancata di perseguitarmi. Il tumore è cresciuto nel punto offeso dallo scontro. [...] Il tumore è nel punto che io ho sempre chiamato 'la zona morta'. Ed è stato proprio così: l'avevo azzeccata in pieno. Purtroppo. Dio... Fato... Provvidenza... Destino... Chiamalo come vuoi, sembra sia sempre lì in agguato, tempestivo e inflessibile, per rimettere in equilibrio i piatti della bilancia."

 

Un'ultima osservazione: il senso della "dead zone" non è il medesimo per King e Cronenberg. Per il primo, come già accennato, si tratta di un'imprecisione nelle visioni, di un vuoto che rende la profezia confusa; ergo, la sua validità è maggiore, in quanto ciò che Johnny vede accadrà e ciò che è sfumato può ancora essere modificato. Per il secondo, l'incertezza si colloca più radicalmente tra vari scenari futuri distinti l'uno dall'altro: differentemente dal romanzo, nel film Johnny può vedere la morte del soggetto delle sue visioni, ma non è detto che ciò accada; il futuro può essere cambiato, le probabilità aumentano. Ciò è significativo: nel cinema, i percorsi e gli incroci spazio-temporali esercitano da sempre un fascino irresistibile perché, come mirabilmente spiegato da Gualtiero De Marinis in un suo saggio, "in un film, l'immagine reale, l'immagine immaginata, quella ricordata, quella soltanto sperata stanno tutte alla pari. E non c'è modo di garantire loro dei diversi statuti di realtà. [...] Tutto si gioca alla pari." E in ciò c'è tutta la magia della Settima Arte, nonché la sapienza di Cronenberg: "dopotutto, non c'è nulla di reale al di fuori della nostra percezione della realtà."

 

 

 

 

 

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