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Con la scelta di indagare le mutazioni del cinema americano in un lasso di tempo limitato, in Il cinema dopo il cinema 1. Dieci idee sul cinema americano 2001-2010, Roy Menarini non fa una semplice operazione di ritaglio ma propone un metodo di percezione, o di visione potremmo dire appropriatamente, di quello che è l’“oggetto” cinema; considerato come un territorio di apparizione, una superficie di emergenza su cui affiorano elementi diversi.

Ciò che noi possiamo dire del cinema è sempre generato nel quadro di un sapere e di una condizione storica anch’essi in continua mutazione. Infatti, il titolo del libro non allude a un’ipotetica morte del cinema e al suo rinascere ma allo spazio di una trasformazione; che cambia molto di ciò che c’era prima eccetto il carisma, un’influenza indiscutibile, una vera e propria aura recuperata e assunta ora dal cinema nella sua totalità in quanto arte e non in riferimento a singole opere, dopo che, come giustamente aveva visto Walter Benjamin, era stata proprio la nascita del cinema (e della fotografia) a sancirne la scomparsa, cancellando unicità, autenticità e autorità dell’opera singola con la riproducibilità tecnica.

In questo quadro, le dieci “idee” fanno pensare all’immagine della lampadina che si accende: sono infatti come cariche elettriche capaci di generare un campo di forze in cui si producono interpretazioni e nessi significativi, intersecando piani e livelli differenti.

Si parte dal concetto identità, tema chiave nella definizione dell’universo simbolico che costella il cinema americano. Rispetto alla data epocale rappresentata dall’11 settembre, essa diventa qualcosa da rinegoziare, nel rapporto con sé e con l’altro da sé, rimettendo dunque in discussione il concetto di confine; che non è solo il confine fisico ma anche e soprattutto quello temporale e interno segnato da Ground Zero, ineludibile soluzione di continuità storica di questi anni. A partire da esso, si può riconoscere un cinema dell’11 settembre, che guarda nel buco, per produrre una difficile elaborazione del lutto o una riflessione sulla forza e sulla legge, dove si scontrano eccessi patriottici, immagini “finto-autentiche” per rappresentare “moralmente” i fatti, poetiche militanti e incomprese; ma anche un cinema post-11 settembre, che tenta di storicizzare il trauma attraverso una serie di strategie che comprendono la continua allusione per slittamento, il rifiuto, l’accettazione o, di contro, la retorica della violenza.

Spostandosi di livello, Menarini continua con l’analisi di ciò che definisce il macrogenere fantastico, che fa largo uso della tecnologia digitale e lascia sempre più spazio al soprannaturale magico, e di quelli che sono i generi in transito, nei quali si analizza la crisi mitopoietica Hollywoodiana che si produce come risposta opzioni di gender e anagrafiche piuttosto che di genere e di contenuto. Accanto ai generi, gli autori: ci sono quelli canonizzati come maestri, che operano adesso in un sistema industriale liquido, e, tra quelli più recenti, i novi e novissimi che hanno saputo confermare il loro valore.

L’ultimo gruppo di idee è rivolto al modo con cui il cinema hollywoodiano stesso si confronta con il suo altro, con le differenti istanze che spingono ai suoi stessi confini. É un cinema che deve ripensare la serialità e il rapporto con le serie tv che hanno scosso le fondamenta dei canoni narrativi statunitensi, poiché il “trauma non seriale del crollo delle due torri ha spinto la psicologia nazionale a dotarsi di una replica infinita”. Un cinema che, se preso in quanto industria dell’intrattenimento, ha ridefinito le proprie caratteristiche di stile secondo nuovi paradigmi come “il film da oscar” o lo “stile Sundace”, ispirato alla messa in scena dei film indipendenti.

Infine, il rapporto con i new media e con la digitalizzazione del cinema si è tradotto nell’adattamento di forme ludiche come i videogame, e nell’ibridazione tra cinematografico e digitale, che, soprattutto nell’animazione, ha mostrato la possibilità di recuperare il classicismo della narrazione, dei personaggi, dell’immaginario, aprendo al contempo a una nuova reinvenzione del linguaggio e delle poetiche.

Il libro godibilissimo di Menarini si sviluppa, quindi, attraversando il cambiamento avvenuto nella cinematografia americana alla luce di un contesto storico e mediale completamente nuovo nonché di una psicologia dello spettatore non più paragonabile a quella del passato. Lo fa guardando all’analisi dei film e del contesto culturale su un piano orizzontale, dove ogni cosa interagisce con l’altra in modo non gerarchico, in più alla fine di ogni capitolo l’autore ci dona un elenco di visioni e di letture, prodotte tutte nel decennio di riferimento, per poter allargare la rete dei riferimenti e approfondire i nessi e le fratture di un periodo significativo sia per il cinema che per il nostro vivere attuale.

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