tornatoreLeone d'oro a Venezia per Le Mani sulla Città nel 1963, Palma d'Oro a Cannes per Il Caso Mattei nel 1972, Orso d'Oro a Berlino alla carriera nel 2008 e Leone d'Oro alla carriera nel 2012: questi sono alcuni dei premi vinti da Francesco Rosi, l'ultimo, grande, regista dell'epoca d'oro del cinema italiano ancora in vita alla veneranda età di 91 anni. Francesco Rosi che, nel 2012, ha deciso di riavvolgere il nastro e ripercorre le tappe della sua vita e della sua carriera in una intervista fiume con l'amico Giuseppe Tornatore. Il risultato è il libro “Io Lo Chiamo Cinematografo” (edito da Mondadori), un' infinita autobiografia di quasi 500 pagine, dove la vita privata di Rosi, la storia della sua carriera, la storia del cinema italiano e la storia dell'Italia repubblicana si intrecciano diventando un cosa sola, potente ed inscindibile. Ed è proprio questa fusione di privato e pubblico, di Cinema e Storia, a rendere unico un libro che, anche in virtù di un titolo vagamente anti-moderno, potrebbe sembrare ostico e obsoleto ad una prima occhiata.

Benché mai allineato con un partito, Francesco Rosi è stato infatti il regista più politico del cinema italiano, il regista che con i suoi film-inchiesta ha cercato di scavare dentro i tanti misteri della storia della Repubblica Italiana, mettendo a rischio più volte il proprio lavoro e la propria vita. La storia della sua vita, dunque, è anche l'avventurosa storia di un giornalista investigativo prestato al cinema, l'appassionante racconto di uomo che ha toccato con mano i nervi del potere e che ha saputo mostrare come pochi il lato oscuro dell'Italia.  

 

Rosi, tuttavia, non fu solo un coraggioso investigatore della storia italiana, ma fu anche un geniale regista ed un grande innovatore della settima arte. Come dice Tornatore durante l'intervista infatti, con Salvatore Giuliano Rosi inventa uno schema narrativo inedito nella storia della cinema. Mai nessuno prima di allora ( e forse anche dopo) aveva costruito un intero film intorno ad un protagonista che non compare mai in scena e soprattutto con un montaggio così sperimentale, che rende la narrazione della vicenda quasi circolare. Salvatore Giuliano è, d'altronde, il film cardine dell'intera filmografia di Rosi e del libro stesso. Con quell'opera sul primo grande mistero italiano il regista napoletano dava vita alla sua personale poetica, che consisteva in film-inchiesta su fenomeni storici, girati nei luoghi reali dove questi erano accaduti e spesso usando come attori persone che avevano partecipato realmente a quegli eventi. Una poetica che Rosi non abbandonerà mai, usandola successivamente per denunciare la speculazione edilizia della D.c. a Napoli in Le Mani sulla Città, per cercare la verità sulla morte del presidente dell'Eni ne Il Caso Mattei, per raccontare le responsabilità dell'esercito alleato nella proliferazione della Mafia in Italia negli anni '50 in Lucky Luciano e per descrivere, questa volta con piglio da cronista, l'ondata di omicidi che colpì lo stato italiano durante gli anni di piombo con Cadaveri Eccellenti. Il libro racconta con stile calligrafico e paziente la storia della lavorazione di questi e di tutti gli altri film del regista, trovando un grande valore aggiunto in Tornatore, che, nei panni inediti dell'intervistatore, dialoga con Rosi con competenza e sicurezza, fornendo spunti, argomenti e riflessioni come un giornalista di cinema non sarebbe mai stato in grado di fare.

“Io Lo Chiamo Cinematografo”, infine, oltre ad essere una lunga riflessione sul cinema italiano e la sua storia, è ,come ogni autobiografia che si rispetti, anche una miniera di aneddoti e curiosità sui personaggi che hanno affollato la vita di Francesco Rosi. C'è spazio dunque per l'amicizia con il presidente Napolitano nei primissimi anni di vita, per il racconto di una lavata di capo subita da Visconti sul set de La Terra Trema per non aver saputo indicare, con precisione millimetrica, a che altezza si fosse spezzato l'albero di una barca destinata allo sfondo di una scena del film; oppure c'è spazio per l'episodio in cui Orson Welles, pur di tenersi stretto Peter O'Toole e non fargli fare un provino per un film di Rosi, fece ubriacare l'attore in una balera di Parigi; un ampia parte, infine, è dedicata a Giancarla, compagna di una vita di Rosi e morta tragicamente in un incendio domestico pochi anni fa: persona vitale ed esuberante che addirittura ispirò Lina Wertmuller per il personaggio di Mariangela Melato in Travolti da un Insolito Destino nell'Azzurro Mare D'Agosto.

“Io Lo Chiamo Cinematografo” è tutto questo e molto ancora; un libro-fiume che ci ricorda, ancora una volta, quanto è stato grande il cinema italiano e, di riflesso, quanto sarebbe difficile immaginare una figura come quella di Francesco Rosi nel panorama cinematografico e politico contemporaneo.

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