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Gareth Evans  
the raidAppena rientrato dalla trentesima edizione del Torino Film Festival, ho avuto modo di riflettere su come questa rassegna scelga e proponga costantemente titoli coraggiosi ed intelligenti. Caratteristiche che The Raid, di Gareth Huw Evans, non nasconde minimamente (motivo per cui abbiamo potuto apprezzarlo nella rassegna torinese dello scorso anno). 
 
La trama è elementare e lineare. In Indonesia, una squadra Swat organizza un blitz in un condominio governato da un boss mafioso e abitato da tutti i suoi aguzzini. Inevitabilmente la copertura salterà e inizierà una guerra alla sopravvivenza a porte chiuse. Non è tanto il "cosa" a farci apprezzare questo film, ma il "come". Il regista gira molto bene, a mano sicura, con uno stile che non ha da invidiare nessuno dei grandi capolavori d'azione. Ma la cosa ancor più sorprendente è che lo fa in un lungometraggio che parte si da un plot semplice, ma si addentra in campi ben più intimi e profondi. 
 
Evans (anche sceneggiatore e montatore) è interessato ed emotivamente attaccato ai suoi personaggi. Non si limita a creare delle semplici macchiette stereotipate e farle entrare in collisione tra loro. Ogni personaggio nasconde una storia, un passato che verrà più o meno a galla, ma che comunque lo umanizza ancor di più. All'interno di quel condominio si respira fratellanza, paura, dolore, violenza, fiducia, un piccolo mondo insomma. Il tutto senza dimenticare da dove nasce il film e che filone vuole perseguire: il genere d'azione. E questa risulta la carta vincente del regista. Evans dirige sequenze magistrali che vedono come protagonista indiscussa la violenza. La violenza causata dagli scontri delle folle, dalle lame dei coltelli, dagli spari delle pistole, ma soprattutto, dalle mani nude. L'uomo come macchina da guerra, come arma. Inscenando delle coreografia davvero ben strutturate e puntuali, il film si spinge spesso oltre il limite dell'esplicito e della sopportazione visiva. Interessante notare che le parti più cruente siano proprio quelle in cui i personaggi si scontrano a mani nude. Evans, oltre a curare con estrema attenzione ogni singolo angolo del quadro della macchina da presa ed ogni singola inclinazione, lavora di cesello sul montaggio. Mai troppo veloce da non farci capire cosa stia succedendo, mai troppo lento o superficiale. L'attesa che tutto ciò riesce a ricreare è funzionale al clima e toglie maggiormente il respiro allo spettatore. Questo senso di claustrofobia continuo è sicuramente impartito anche dallo studio degli spazi. Non usciremo mai da quel condominio. Proprio come i protagonisti avremo voglia, e soprattutto bisogno, di aria. Lottiamo per ottenerla, ed il nostro desiderio diventerà ancora più corposo quando i nostri eroi saranno vicinissimi a raggiungerlo senza mai però  toccarlo completamente. Evans dunque decide di inquadrare le finestre in maniera saggia e calibrata. E' vero, fuori il cielo è tutto fuorchè soleggiato, ma la luce che entra dai vetri è comunque più forte e speranzosa delle tenebre all'interno del palazzo. 
 
E' una scalata quella che fa il protagonista del film. alla base c'è lui, all'ultimo piano il suo antagonista. In mezzo le bestie. Pian piano che si sale l'uomo non solo perde le armi a favore del corpo, ma retrogredisce anche mentalmente. Più si sale e più si torna allo stadio animale. Un piccolo mondo, come dicevo prima, una piccola giungla. Fa paura e suscita repulsione. Ma quando i titoli di coda iniziano la loro corsa sullo schermo, il desiderio di voler ritornare dentro quel palazzo una seconda volta sarà forte. E allora, chi è l'animale?
 
Voto: 3/4
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