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Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione.”

Nel 1999, in occasione di una visita al Walker Art Center di Minneapolis, Werner Herzog ha stilato un compendio della sua visione del mondo ribattezzato “Dichiarazione del Minnesota”. Il dodicesimo e ultimo punto di questo Manifesto del pensiero herzoghiano recita così: “La vita negli oceani deve essere un totale inferno. Un vasto, spietato inferno di pericolo costante e immediato. Un inferno tale che nel corso dell’evoluzione alcune specie – uomo compreso – sono strisciate fuori, sono fuggite su piccoli continenti di terraferma, dove le Lezioni di Tenebra continuano.” Per Werner Herzog la natura, elemento chiave intorno a cui ruota tutto il suo cinema di sfide impossibili, è polemos ed è caos, entropia creatrice e distruttrice ad un tempo. Un Totem con cui gli uomini, sempre più ripiegati su se stessi e incapaci di guardare oltre la superficiale evidenza dei fatti, sembrano aver perso il contatto. Accecati da una ubris che ha cancellato dalla loro mente ogni traccia residua di rispetto nei suoi confronti, molti dei folli eroi herzoghiani riescono a concepire la natura soltanto come ostacolo da superare, in una assurda corsa oltre i confini dell’umano.

I vulcani sono da molti anni un luogo di interesse per Werner Herzog. Già nel 1977 il cineasta tedesco si era avventurato alle pendici di un vulcano in attività sull’isola di Guadalupe, già evacuata per motivi di sicurezza. Era quella una fase sicuramente diversa nella carriera del regista, in cui i rischi, enormi, connessi alle riprese non potevano essere del tutto calcolati. Con una buona dose aggiuntiva di saggezza maturata con gli anni e da “clinicamente sano”, come tiene lui stesso a sottolineare, Herzog è tornato nelle immediate vicinanze di un vulcano in attività nel 2007 in Antartide, durante le riprese di Incontri alla Fine del Mondo, dove ha avuto modo di conoscere il vulcanologo Clive Oppenheimer. A distanza di quasi dieci anni, in Into the Inferno, presentato in Italia in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e distribuito dalla piattaforma Netflix, Herzog riallaccia una stretta collaborazione con lui per osservare da vicino alcuni dei vulcani attivi più imponenti del pianeta.

In un viaggio che si apre e si chiude nell’arcipelago delle Vanuatu, e che tocca Indonesia, Etiopia, Islanda e Corea del Nord, Herzog rintraccia le coordinate di una esplorazione geologica che fin da subito sconfina nella mitologia e nella metafisica. Sin dall’inizio di questo vero e proprio pellegrinaggio, i vulcani assumono le caratteristiche di porte d’accesso verso un nucleo ancestrale di spiritualità legata alla terra, comune in diversi popoli a diverse latitudini. Nella bellezza potente e ipnotica di un mare di fuoco che sfugge ad ogni tentativo di controllo umano, Herzog stabilisce il legame diretto con quella sacralità della terrache è motivo centrale di tutta la sua poetica, e che connette le radici stesse dell’umanità in ogni angolo del globo.

Nell’anno di Lo and Behold, dedicato all’impatto di internet sulla società contemporanea, Herzog torna quindi, con un altro documentario, sul terreno a lui più affine dell’esplorazione naturalistica e antropologica. Sebbene in minima misura depotenziato da una certa eterogeneità di contesti e da una impostazione in alcuni passaggi didascalica, Into the inferno riporta il grandissimo cineasta tedesco all’essenza del suo cinema, marcando un altro momento importante all’interno di uno sfaccettato e unico percorso di ricerca intorno all’uomo.

Voto: 3/4

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