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Gus Van Sant  

Due giovani amici con lo stesso nome, Gerry, affrontano un viaggio nel deserto americano, senza il minimo bagaglio né una meta chiara. La macchina da presa li segue ossessivamente attraverso il loro cammino ostinato ma confuso, sempre più disperato, che può approdare solo a una conclusione estrema e tragica.

Il nono lungometraggio di Gus Van Sant è uno dei più insoliti e antinarrativi film americani degli ultimi anni: puro cinema minimale, spogliato di ogni orpello scenografico e visivo, incorniciato in perfette unità di luogo, tempo e azione. Due attori (gli ottimi Casey Affleck e Matt Damon), qualche comparsa, l’infinito di una landa desolata e nient’altro. Dedicato alla memoria dello scrittore Ken Kesey (morto nel novembre 2001) e presentato al Sundance Film Festival e al Toronto Film Festival nel 2002, il film è stato distribuito in patria solo nel 2003 in pochissime copie. In Italia, e la cosa non deve stupire, non è mai arrivato.

 

 

 

 

 

Gus Van Sant è forse il regista contemporaneo che più di tutti ama raccontare l’universo giovanile, il suo disagio e il suo spaesamento. Nello stesso tempo, rappresenta la quintessenza dello spirito indipendente, tanto che da sempre ci ha abituati all’alternanza tra opere personali ma tutto sommato molto mainstream (Will Hunting - Genio ribelle, Milk)e sperimentazioni più sottili e difficili (Elephant, Paranoid Park, ma non dimentichiamo il caso emblematico di Psycho, perfetta riproduzione filologica del classico hitchcockiano).

Gerry è una delle punte più radicali del secondo gruppo ed è considerato il primo capitolo della cosiddetta Trilogia della morte, insieme a Elephant (Palma d’oro nel 2003) e a Last Days (2005), con i quali ha in comune il fatto di ispirarsi a fatti realmente accaduti (gli altri due titoli filmano rispettivamente il massacro di Columbine e il suicidio di Kurt Cobain). Scritto dallo stesso regista con i due attori protagonisti, Damon e Affleck (fratello minore del più noto Ben, che a sua volta ha vinto un Oscar con Damon proprio per lo script di Will Hunting), Gerry è un film arduo da contestualizzare nella produzione americana. Ci troviamo di fronte a un’opera sperimentale, anticommerciale, con dialoghi ridotti all’osso volutamente surreali e una colonna sonora altrettanto essenziale (che recupera pezzi del compositore estone Arvo Pärt), dove il ritmo è scandito dai passi e dai respiri, sempre più affannati e ansiosi, dei due protagonisti e il paesaggio lunare del deserto americano - filmato nella Death Valley e in Argentina - diventa spazio indefinito di un peregrinare assurdo, di un viaggio concettuale probabilmente riconducibile allo spaesamento post 11 settembre (il film fu girato nei mesi immediatamente successivi all’attentato). Un’opera che cita Derek Jarman - lo schermo azzurro che apre e chiude richiama immediatamente il suo Blue - e che soprattutto trova la sua ispirazione nel cinema di Béla Tarr, l’ostico regista ungherese adorato dai cinéphiles puri e duri. Un’opera irriducibile, sfuggente e disorientante, come i miraggi che fanno perdere Gerry & Gerry nel loro viaggio fatale e senza speranza.

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