Interviste

IL CALENDARIO DI SETTEMBRE 2019

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Dopo mesi estivi piuttosto fortunati, soprattutto grazie agli incassi de Il re leone, la stagione cinetografica entra nel vivo con i tantissimi film in uscita a settembre. Tra i più attesi, certamente Martin Eden con Luca Marinelli, il secondo capitolo di It, C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino e Ad Astra con Brad Pitt. Eccovi il calendario completo.

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In occasione della presentazione a Sguardi Altrove Film Festival 2019 del film La città che cura, abbiamo intervistato la regista Erika Rossi. Il documentario della filmmaker triestina, che è anche in tour in una selezione di sale cinematografiche italiane, è incentrato sull'operato delle Microaree di Trieste e in particolare di quello di Ponziana: uno straordinario modello socio-sanitario che, sull'onda dell'idea di cura di Franco Basaglia, fornisce assistenza quotidiana e continua a malati, anziani e bisognosi all'interno dei quartieri periferici. 

Come sei venuta a conoscenza della storia della Microarea di Ponziana?

Sono triestina e da quando ho iniziato il mio percorso come regista di documentari mi sono occupata delle conseguenze della rivoluzione basagliana e della storia di Basaglia a Trieste, e di come i servizi mantengono tutt'oggi quell'esperienza nel loro Dna. La Microarea è un progetto che ha quella visione e i suoi ideatori sono gli eredi di Basaglia. Le Microaeree mantengono il cuore dell'idea basagliana della cura: mettere il malato al centro e concentrarsi sul prendersi cura della persona nel suo complesso al di là della malattia, non pensare che l'unico momento in cui la sanità entra in gioco sia quello della malattia, del problema. Salute significa creare un contesto che crea benessere, e il contesto che crea benessere è quello che crea relazione sociale. Questo è il principio ispiratore che sta alla base delle Microaree, avamposti all'interno dei quartieri dove pochi operatori stimolano la popolazione alla partecipazione, alla frequentazione di questi luoghi affinché li sentano loro, oltre a fornire tutta una serie di servizi sanitari e sociali.

Cosa ti ha spinto a dedicarvi un film e com'è stato prodotto?

Mi occupo di quel tema da più di dieci anni, ho fatto altri due documentari sul tema, uno su Basaglia e uno sulla chiusura degli ospedali psichiatrici. Le Microaree sono un progetto che conoscevo di nome. Nel 2016 l'incontro con TICO Film ha fatto sì che si potessero riunire le forze produttive e autoriali per raccontare questa realtà così misconosciuta nella sua stessa città, perché la città patinata, quella del centro, sa ben poco delle difficoltà delle periferie e quanto le Microaree fanno in questi contesti. Un po' grazie al documentario, un po' grazie alla rinnovata attenzione verso le periferie, ultimamente si sta parlando molto delle Microaree, ma sono sicura che fino a non molto tempo fa gli stessi triestini ne sapessero ben poco.

TICO Film, la casa di produzione di Gino Pennacchi e sua figlia Sarah che ha base sia a Roma che a Trieste, è venuta a girare un film di finzione nel quartiere di Ponziana. Hanno conosciuto la realtà di Microarea che è stata coinvolta per delle riprese e, nel momento in cui l'hanno vista hanno capito che c'era una possibile storia da raccontare. Sono venuti da me perché conoscevano il mio percorso legato alle tematiche della sanità e siamo andati a nozze dato che da tempo volevo fare qualcosa su questo progetto. Ho girato quasi tutto da sola e quando le situazioni me lo hanno permesso c'erano con me un operatore e un fonico. Ho girato per un anno e mezzo, quasi due, in momenti diversi, in modo da poter raccontare l'evoluzione delle situazioni.

Il film segue da vicino l'attività di un'operatrice, Monica Ghiretti, e in particolare tre pazienti: come li hai convinti a filmarli in momenti particolarmente delicati?

Non direi che li ho “convinti”, ho semplicemente passato molto tempo a fianco di Monica senza la telecamera, conoscendo bene tutte le persone che frequentano la Microarea, entrando in relazione, creando un'empatia. I tre signori che mi hanno permesso di filmare le loro vite così nell'intimo, a quel punto, avevano con me una relazione di fiducia tale che mi hanno permesso di fare un po' quello che volevo. È stato bello, prima di tutto, ma anche forte, soprattutto nel momento in cui due di loro poco la fine delle riprese sono morti. Ho sicuramente scelto tre situazioni tristi, ma proprio per raccontare quanto il lavoro di Monica e della Microarea possa fare la differenza tanto più dove ce n'è bisogno.


Che tipo di distribuzione ha avuto il tuo film? Lo vedremo anche in televisione?

Con la distribuzione di Scrittoio, il film sta facendo un tour nelle città, presentato come evento con un dibattito a seguire. Il percorso del film va insieme al libro omonimo (“La città che cura. Microaree e periferie della salute” di Maria Grazia Cogliati Dezza e Giovanna Gallio, ndr), che è una raccolta di testimonianze delle Microaree. Nel dibattito ci siamo sia io che alcuni degli operatori che si vedono nel film, che raccontano dal vivo anche altri dettagli. Questa formula è messa in atto per dare stimoli molto concreti alle città dove andiamo. Ci stanno arrivando richieste di interesse da parte di aziende e comuni, tipo Firenze e Roma, che sono interessati a comprendere meglio il modello per replicarlo. Per la distribuzione in televisione non lo so ancora, ci spero molto. Per adesso ci concentriamo sul giro nelle sale, che si ferma per l'estate e andrà avanti per tutto l'autunno. A quel punto si potrà capire se ci sarà anche una distribuzione televisiva, sarà il secondo step.

Pensi che il modello di sanità e cura proposto da Microaree possa essere esportato e diffuso in tutta Italia?

Questa è la domanda centrale. Il documentario non è stato fatto con questa consapevolezza a monte, ma mentre lo si faceva il momento critico delle persone che lavorano al progetto era all'apice. È un modello difficile da far comprendere ed è difficile ricreare le stesse condizioni, prima di tutto questo “humus” dovuto al fatto che gli operatori conoscono bene la storia basagliana e i suoi valori. Si è capito che potevamo unire le forze e comunicare tutti insieme con l'intento di esportare il progetto. Sicuramente il modello è replicabile dove ci sono dirigenti lungimiranti che ne capiscono la portata e l'assunto: la salute non si ferma sulla prestazione medica, ma c'è bisogno di sostenere i quartieri e le persone, ridare valore ai cittadini perché possano fare comunità e prendersi cura di loro stessi, aiutati all'istituzione. C'è bisogno che l'istituzione sia avvicini alle persone e non resti ferma in una roccaforte medica a distribuire prestazioni ambulatoriali. Ci deve essere una volontà politica e gli enti pubblici devono lavorare insieme. E poi ci vuole la formazione degli operatori: il modello è esportabile dove c'è una volontà di formare gli operatori, di creare una rete di servizi e stare vicino alle persone.

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