I classici

Chissà cosa deve aver pensato Steven Spielberg quando, dopo 1964: Allarme a New York arrivano i Beatles (introvabile, del 1978), ha deciso di produrre per Robert Zemeckis un film che parla di un adolescente e di uno strambo dottore che viaggiano nel tempo su una DeLorean. Follia? Forse, ma a distanza di 27 anni, di Ritorno al Futuro si parla ancora, e mai si smetterà di farlo.

Le vicende di Marty McFly (Michael J. Fox) e del Dottor Emmet “Doc” Brown (Christopher Lloyd) sono infatti tra le più ammirate e conosciute di tutta la storia del cinema, una storia che l’accoppiata Spielberg Zemeckis è riuscita a rivoluzionare. Il primo film della trilogia è forse il più bello – anche se è dura decidere – e narra le vicende di Marty, un impacciato liceale, che si vede costretto a tornare nel passato per salvare il suo strampalato amico Doc, che è riuscito ad inventare una macchina del tempo. Marty si accorgerà delle enormi somiglianze esistenti tra la sua vita e quella dei suoi genitori, in un ingranaggio perfetto che permette di scoprire come suo padre sia diventato schiavo del suo capufficio Biff Tannen (il villain della trilogia) e di come in realtà si siano conosciuti i suoi. In tutto questo Marty dovrà fare attenzione: ciò che modifica il passato, necessariamente crea conseguenze anche nel presente, e non mancheranno quindi le gag comiche e le situazioni paradossali dovute alla discrepanza temporale tra i protagonisti della storia, su cui non può che spiccare la sequenza in cui McFly suona Johnny Be Good, di Chuck Berry, di fronte ad attoniti studenti degli anni ’50. 

Leggi tutto: RITORNO AL FUTURO di Robert Zemeckis (1985)

Playtime“In Keaton l’espressione è semplice come quella di una bottiglia, ma la bottiglia e il viso di Keaton possiedono punti di vista infiniti”. Così Luis Bunuel commentava l’essenza della comicità senza sorriso di Buster Keaton. Il volto di Keaton come una maschera in cui è possibile leggere infinite variazioni, modulazioni, sfumature espressive. Il più grande erede ed interprete europeo della lezione di Buster Keaton è stato probabilmente Jacques Tati. Riscoprire la grandezza del suo capolavoro “ultimo”, lo straordinario Playtime, significa avventurarsi dentro il miracolo di una visione unica e totale. Perché mai più ripetuta e ripetibile, anche a causa del titanico sforzo produttivo posto in essere per girare il film. E perché nella sua grammatica filmica rinuncia completamente a primi piani e dettagli, perseguendo la strada della osservazione ampia.

Il campo totale di Tati, come la faccia di Buster Keaton, è uno spazio aperto in cui far correre lo sguardo, un “testo” con più tracce sincrone offerte alla nostra lettura. Il campo totale in Playtime è anche la scelta linguistica che consente a Tati di raggiungere l’obiettivo di una visione quanto più simile a quella dell’occhio umano sulla realtà. Ed è all’occhio e all’intelligenza dell’uomo/spettatore che Tati affida il compito della messa a fuoco dinamica, del discernimento fluido, della selezione in tempo reale di cosa guardare nella complessa struttura delle sue inquadrature. Profondità di campo, schermo panoramico, vetri riflettenti. Tutto in Playtime contribuisce a dilatare lo spazio della visione, affidando allo spettatore la responsabilità e la fatica di cercare il dettaglio all’interno di una dimensione allargata.

 

 

Leggi tutto: PLAYTIME di Jacques Tati (1967)

bellissimaBellissima è il terzo lungometraggio viscontiano. È completamente costruito attorno al personaggio di Maddalena Cecconi, una popolana del Prenestino, interpretata da Anna Magnani, una delle più grandi attrici italiane.

Quando Maddalena viene a sapere, attraverso un annuncio radiofonico, che la Casa di produzione Stella Film bandisce un concorso tra le bimbe di Roma per l'interpretazione di un nuovo film del regista Alessandro Blasetti, porta a Cinecittà per le selezioni la figlia Maria.

 

 

Leggi tutto: BELLISSIMA di Luchino Visconti (1951)

truman-show

Ma Pilato risponde a Gesù: "E che cos'è la verita?" (Gv 18, 38)


«Non c’era niente di vero. - Tu eri vero: per questo era così bello guardarti»

( Truman e Cristof, The Truman Show)

 

Tra i tanti pregi di questa pellicola, sicuramente non secondario è quello di riuscire a parlare a tutti. Weir costruisce un’opera commerciale, vendibile ovunque e a qualsiasi fascia d’età o pubblico.

 

 

 

Leggi tutto: THE TRUMAN SHOW di Peter Weir (1998)

qualcuno-volo-sul-nido

L'Europa e gli Stati Uniti sono stati i principali interpreti della mirabolante ascesa di un'arte giovane e ancora oggi sulla cresta dell'onda, il cinema. Da una parte c'è la Hollywood patinata delle Major (interessate più agli introiti che ai contenuti), dall'altra la scuola europea (francese, tedesca, russa e italiana), che proietta in sequenza delle immagini colme di senso, messaggi artistici al pari dei dipinti, delle poesie o delle canzoni.

Se c'è un regista che è riuscito a riunire il meglio delle due scuole, questo è Miloš Forman. Nato a Čáslavin Cecoslovacchia (oggi Repubblica Ceca), perse i genitori nei campi di concentramento nazisti e a causa della primavera di Praga emigrò nella lontana America divenendo uno dei più importanti registi della storia. Portare al cinema il libro di Ken Kesey intitolato Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cockoo's Nest) era una sfida che in pochi avrebbero accettato. Nonostante il rischio fosse altissimo (la condizione e il disagio all'interno degli ospedali psichiatrici erano stati fino a quel momento un tabù per i cineasti), il mix tra intrattenimento emotivo hollywoodiano e una trama ricca di sostanza diede vita a un assoluto capolavoro.

 

 

Leggi tutto: QUALCUNO VOLO' SUL NIDO DEL CUCULO di Milos Forman (1975)

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