I classici

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Individuare un “film della vita”, per chi abbraccia un amore fedifrago e promiscuo come quello per il cinema, è davvero difficile. Significa stringere l’anello intorno al dito di un solo amore, e lasciarne delusi decine. Per assolvere a questo difficile compito ho scelto quindi di inventare un percorso diverso. Il primo passo è stato individuare una “filmografia della vita”, la più importante, la più decisiva, quella che più ha inciso sul mio modo di vedere. Il secondo calibrare la scelta intorno ad un film-summa, una specie di sintesi di quella stessa filmografia. Alla luce di queste coordinate la scelta è caduta su La Grande Estasi dell’intagliatore Steiner, di Werner Herzog. L’esplorazione fin nei recessi più nascosti della enorme filmografia del maestro bavarese è coincisa, nel mio vissuto di spettatore-cinefilo, con la fondamentale scoperta di un cinema diverso, o meglio (poi l’ho scoperto) unico. In grado di spingersi molto oltre la magnificenza e la perfezione puramente tecnica, per toccare livelli più profondi di verità e coscienza, cercando costantemente di catturare immagini mai viste, lontane dal logoro grigiore dell’immaginario in cui siamo immersi. La Grande Estasi dell’intagliatore Steiner non è certamente il film più “bello” di Herzog, né tantomeno il più celebre.

 

 

Leggi tutto: LA GRANDE ESTASI DELL'INTAGLIATORE STEINER di Werner Herzog (1974)

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Per un ragazzino di 12 anni la parola cinema significa cartoni animati o film della sera (visti odiosamente a metà perché il giorno dopo bisogna svegliarsi presto). Questa visione distorta e distratta cambia miracolosamente un pomeriggio in cui, dall'interminabile collezione paterna di VHS, si decide di vedere un film che dà il via a una passione irreversibile. Dal Tramonto all'alba (From Dusk Till Dawn), diretto da Robert Rodriguez e sceneggiato da Quentin Tarantino, è divertimento puro e cazzeggio all'ennesima potenza, le due priorità per un dodicenne poco smaliziato.

La trama è costruita sulla base di uno schema ripreso dal maestro dell'horror Stephen King: prima bisogna disorientare il pubblico con una storia “normale” e dei protagonisti in cui è facile immedesimarsi. Quando tutto sembra ormai definito, deve avvenire la svolta che stupisce e che catapulta lo spettatore dritto in pasto alla paura.

 

 

Leggi tutto: DAL TRAMONTO ALL'ALBA di Robert Rodriguez (1996)

blues brothers

“Sì! Sì! Gesù Cristo ha compiuto il miracolo! Ho visto la luce!”

Joliet Jake Blues

Può un film condizionare l’esistenza? Può plasmare (o plagiare, come preferite) una persona al punto da spingerla a rivederlo, in media, una volta alla settimana da anni? Portarla ad imparare ogni singola battuta a memoria e a citarla, suscitando ilarità e/o sgomento tra gli amici più intimi? A farsi tatuare con esplicito riferimento ai suoi protagonisti?

Ebbene sì, tutto ciò è possibile. Eccomi. Trent’anni, di cui ventiquattro passati ad essere irrimediabilmente ossessionata da una pellicola. A questo punto, molti di voi potrebbero aspettarsi un’opera di immenso valore ideologico e culturale, entrata nella storia del cinema per il suo altissimo e profondissimo messaggio intrinseco; ma, dato il titolo di riferimento, qualcuno si starà ponendo più di una domanda.

 

Leggi tutto: THE BLUES BROTHERS di John Landis (1980)

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“Let’s go home, Debbie”

Sono le parole che John Wayne pronuncia nel finale di Sentieri selvaggi, sollevando tra le braccia la nipote che fino a un momento prima voleva uccidere perché “contaminata” da un matrimonio indiano: bene, se in quel momento non vi commuovete, probabilmente è perché avete un cuore di pietra. Questo squarcio di tenerezza che irrompe improvvisamente in un film colmo di violenza è forse la sequenza più amata di uno dei migliori western di sempre, che non a caso un certo Martin Scorsese considera il più grande film americano mai prodotto.

Insolitamente crudo e realista per essere stato girato in quel 1956 ancora ben lontano dalla stagione “matura” del western, Sentieri selvaggi costituisce la summa dell’intera poetica di John Ford ed è probabilmente il suo lavoro più perfetto, più maestoso, più personale. Il segno tangibile del raggiungimento di un preciso stile narrativo ed estetico che ha ispirato le successive generazioni di registi americani, la resa in immagini di una weltanschauung ormai inevitabilmente amara, disillusa e crepuscolare.

Leggi tutto: SENTIERI SELVAGGI di John Ford (1956)

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“They didn’t ask to be brought into the world, but into the world they came”.

Mostrare l'immostrabile, spettacolarizzare l'inguardabile, costringere lo spettatore a fare i conti con un'umanità altra, talmente disprezzata e disprezzabile da non sembrare nemmeno parte della stessa categoria di viventi. E farlo con una grazia inimitabile, entrando in punta di piedi nei carrozzoni fatiscenti dove si annida questa strana tribù para-umana, guardando a questi figli sfortunati, o a quel che resta di loro, con l'occhio commosso e impermeabile al reale tipico della madre dello scarafaggio.

È l'impresa compiuta da Tod Browning, già autore di numerose pellicole mute che sfioravano o abbracciavano il tema “fenomeni da baraccone” (come il dimenticato e splendido Lo sconosciuto) con Freaks, che si affaccia al 1932 pieno di ambizioni destinate naturalmente ad essere frustrate. Incompreso, maltrattato, tacciato di turpitudine ed immoralità, questo capolavoro della settima arte viene rinnegato insieme al suo autore, recuperato come cult-movie dai fanatici dell'horror (peraltro incomprensibilmente) solo trent’anni dopo e a tutt'oggi non ancora del tutto sdoganato.

 

Leggi tutto: FREAKS di Tod Browning (1932)

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