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“Let’s go home, Debbie”

Sono le parole che John Wayne pronuncia nel finale di Sentieri selvaggi, sollevando tra le braccia la nipote che fino a un momento prima voleva uccidere perché “contaminata” da un matrimonio indiano: bene, se in quel momento non vi commuovete, probabilmente è perché avete un cuore di pietra. Questo squarcio di tenerezza che irrompe improvvisamente in un film colmo di violenza è forse la sequenza più amata di uno dei migliori western di sempre, che non a caso un certo Martin Scorsese considera il più grande film americano mai prodotto.

Insolitamente crudo e realista per essere stato girato in quel 1956 ancora ben lontano dalla stagione “matura” del western, Sentieri selvaggi costituisce la summa dell’intera poetica di John Ford ed è probabilmente il suo lavoro più perfetto, più maestoso, più personale. Il segno tangibile del raggiungimento di un preciso stile narrativo ed estetico che ha ispirato le successive generazioni di registi americani, la resa in immagini di una weltanschauung ormai inevitabilmente amara, disillusa e crepuscolare.

Certo, i legami con i suoi film precedenti sono evidenti, a partire dal cast e dell’ambientazione (la Monument Valley con i suoi profili massicci e i colori sgargianti è la vera protagonista del film). Ma, se Ombre rosse era l’atto di fondazione del western per come lo conosciamo e i successivi film dello stesso genere ritratti nostalgici e rassicuranti (se pur non scevri da ambiguità) dell’universo militare di frontiera o rivisitazioni romantiche del Mito americano, qui Ford ci dipinge l’affresco appassionante ma crudele di una grande Nazione che affonda le proprie radici storiche nel sangue. Al centro, uno tra i più ambigui e controversi antieroi mai visti al cinema sino a quel momento: l’Ethan Edwards incarnato da un efficace John Wayne (probabilmente alla sua miglior interpretazione) è un reduce dall’animo tormentato che vaga per cinque anni tra deserti di fuoco e montagne innevate alla ricerca della nipote Debbie (Natalie Woods), unica sopravvissuta al massacro della sua famiglia da parte degli indiani Comanche. Per certi versi lontano dai personaggi fino ad allora interpretati da Wayne, Ethan è un loner e un perdente, uno che ha combattuto sempre dalla parte sbagliata (prima con i Confederati nella guerra civile, poi in Messico con Massimiliano d’Asburgo) e si è autocondannato a sfogare i propri sentimenti repressi in una misantropia ottusa e in un razzismo malato. Nemico spietato degli indiani, li combatte in realtà per vendicare la morte della cognata Martha, suo antico amore perduto (e ricambiato). Più che una missione di salvataggio, quello di Ethan appare come un vagabondare sempre controcorrente, a causa della sua condizione di outsider rispetto al resto della comunità. Anche se con Martin Pawley (Jeffrey Hunter), il giovane fratellastro di Debbie che lo accompagna nell’ostinata ricerca (da cui il titolo originale The Searchers), esisterebbe la possibilità di costruire un autentico legame padre-figlio, questo resta conflittuale e irrisolto per l’impossibilità da parte del protagonista di accettare le comuni regole di vita. Edwards va in cerca di ciò che resta di Martha (ovvero Debbie), ma soprattutto della vendetta contro il sanguinario capo Scar; eppure gli evidenti parallelismi tra lui e lo stesso Scar - sono entrambi nomadi e spinti dal rancore - svelano come Ethan lotti in realtà contro il proprio doppio. Anche la cicatrice che orna il volto del Comanche non è altro che il riflesso dello scarto che divide la posizione di Ethan dal resto del mondo civile. Per questo, una volta riportata a casa Debbie, non gli resta che tornare nel deserto da cui è venuto, al mondo selvaggio che disprezza ma di cui fa inevitabilmente parte.

Questa odissea morale svela non solo i lati oscuri dell’animo del protagonista ma anche dell’America e della sua epopea, fondata sul Sogno e sul senso di comunità, ma allo stesso tempo anche sulla violenza e sull’aggressione. Contrariamente a quanto potrebbe suggerire una visione distratta (e anche tacendo gli autentici legami di amicizia che Ford instaurò con il popolo Navajo), Sentieri selvaggi non è un film razzista, poiché non si tratta tanto di una lotta tra Indiani cattivi e coloni buoni, ma a uno scontro tra civiltà. I Comanche Nawyecky di Scar sono la cellula impazzita di un popolo dignitoso che sta vivendo il proprio crepuscolo e la repressione da parte dei colonizzatori, presentata nel film attraverso l’insensato massacro perpetrato dal 7° Cavalleggeri. Nel corso della pellicola emerge peraltro anche un’evidente contrapposizione (nei bianchi come negli indiani) tra i personaggi maschili, rappresentati sempre in viaggio e spesso nelle vesti di prevaricatori, e quelli femminili, costretti a vivere nella condizione dell’attesa e ad essere vittime di abbandoni, matrimoni forzati, violenze, morti tragiche.

La grandezza di questo film, passato quasi inosservato all’epoca dell’uscita nelle sale e assurto a cult solo dopo molti anni (citato da molti cineasti come George Lucas, Martin Scorsese e Quentin Tarantino), è dovuta a diversi fattori. Innanzitutto, l’abilità del regista di mantenere un ritmo sempre incalzante, specialmente nelle scene di azione (memorabile l’accerchiamento dei ranger da parte degli indiani, che si conclude con la battaglia sul fiume). Di grande finezza, poi, è la capacità da parte di Ford di calibrare alla perfezione dramma e ironia, riuscendo così ad alleggerire la portata tragica degli eventi e i picchi di violenza più sgradevoli con l’inserimento di intermezzi comici e personaggi al limite del grottesco (ricordiamo almeno la presenza del “folle in Cristo” Mosé). Ma è soprattutto la forte carica emotiva di ogni singola inquadratura a fare di Sentieri selvaggi un capolavoro, e non solo per merito dell’eccellente fotografia di Winton C. Hoch. La suggestiva e ricorrente immagine della porta che squarcia il buio e si apre sull’esterno può essere variamente interpretata: simboleggia forse la sicurezza del nido, che nel finale si chiude lasciando fuori solo Ethan. Ma probabilmente rappresenta anche il cuore di tenebra di un Grande Paese che quel vecchio e saggio irlandese di Ford doveva conoscere sin troppo bene.

 

 

 

 

 

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