happiness"Certo l'ultima causa dell'essere non è la felicità; perocchè niuna cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro; ma da niuna l'ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro; e non si affaticano, se non per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte" (Giacomo Leopardi)

 

Esseri umani, animali, piante, tutto ciò che popola la terra è costituzionalmente e ontologicamente incapace di perdurare nella felicità, proprio perché la vita, qualsiasi forma vitale, è tensione spasmodica, brama, "amor proprio", è sete e fame che nulla può saziare definitivamente.

La società statunitense, che per prima è stata promotrice di un ideale modo di vita, attraverso il cosiddetto sogno americano, rappresenta attualmente la vita dell'io allo stato primario. Un trafelato pretendere, un'ansia di felicità che, se ad ogni istante si delude, a ogni istante si ricrea.

Happiness (1998), il film che il regista e sceneggiatore Todd Solondz, diresse dopo il folgorante Welcome to the dollhouse, è l'opera che ha "consacrato" la mia passione per il cinema. Sono stato molto combattuto su quale film ascrivere a questa categoria, ero molto tentato di inserire "I 400 colpi", uno dei capolavori indiscussi della storia del cinema che per sensibilità e maestria registica ha pochi eguali. Poi però ha prevalso il film che davvero ha segnato e segnerà per sempre la mia vita filmica. Lo vidi a 16 anni, in un periodo ostico come è l'adolescenza e cambiò radicalmente il mio modo di pensare e vivere il cinema e forse anche la mia stessa vita. Quello che piu mi colpì è l'originalità caustica e l'estrema intelligenza con cui vengono trattate tematiche ostiche e spinose come la pedofilia, la masturbazione, la crisi delle relazioni sociali ...

Un film che incarna alla perfezione l'ossessione che l'uomo prova nei confronti della felicità. Solondz sceglie come punto di vista principale per indagare l'infelice universo societario la famiglia. La vis satirica dell'autore è presente fin dal titolo, che simboleggia un ossimoro, una menzogna, una contraddizione, in quanto il film è costruito sul concetto che per l'uomo contemporaneo la speranza è scomparsa e forse mai più ritornerà.

La famiglia descritta in Happiness è quella dei Jordan, legata ad una precisa identità geografica: il New Jersey. Il regista, e di riflesso lo spettatore, la vede come una medusa sotterranea, che si dissolve e si disintegra a causa di subdoli tradimenti e di torbidi segreti. I Jordan si disgregano dal nucleo primigenio, come un bing bang che esplode, appaiono immediatamente come un'identità incompresa, composta da persone apparentemente normali come le tre sorelle Jordan: Helen, la maggiore, una famosa scrittrice di romanzi erotici, Trish, una perfetta casalinga borghese, sposata, con tre figli da gestire e infine Joy, centralinista, alla ricerca del vero amore. Il patriarca dei Jordan, Lenny, a 65 anni, decide di separarsi dalla moglie Mona, poiché sente la necessità di restare solo. L'intento di Solondz è quello di scardinare e rovesciare i valori fondanti del sogno americano, che era il punto di forza delle commedie targate Frank Capra.

La struttura del film è organizzata secondo una divisione corale, dedicando ad ogni singolo personaggio il proprio spazio, che si intreccerà poi con quello degli altri in unico infelice destino.

C'e chi ha detto che parte del segreto della felicità risieda nella libera manifestazione delle proprie convinzioni. La famiglia dei Jordan non possiede convinzioni ed è qui che si concentra una buona porzione dell'origine della sua disgrazia. "Felicità dove sei, ti ho cercato a lungo, perche ti allontani tanto da me?" si lamenta l'infelice Joy Jordan con la sua chitarra.

In alcuni, determinati momenti lo spettatore è in grado di avere direttamente accesso ai monologhi interiori dei personaggi, come nella scena in cui lo psicologo Bill, invece di ascoltare il suo paziente, recita la lista della spesa. Questo è l'unico territorio, nel quale i personaggi non possono auto-ingannarsi, ma parlano almeno per una volta un linguaggio sincero e trasparente. Solondz disegna una realtà modellata per la finzione, dove gli abitanti soffrono per non potere stare all'altezza del modello imposto.

Happiness quindi oltre ad aver contribuito a "consacrare" definitivamente la mia passione per la decima musa, consacra la genialità di un artista geniale che si è prodigato a rappresentare la famiglia (intesa come società) come un luogo non propriamente confortevole, dando allo spettatore la possibilità di riconoscersi nei suoi personaggi e di cercare se c'è, una improbabile via di uscita.

 

 

Login

Social Network

IL SUPERPAGELLONE DI FEBBRAIO 2019

 tramonto

Ed eccoci al momento del nostro superpagellone del mese. Ecco tutti i voti della redazione ai film di FEBBRAI2019

Leggi tutto...

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.