2001.-Odissea-nello-spazio

Oltre. Semplicemente. Cos’altro si pió scrivere oggi su2001: Odissea nello spazio? Era il 1968, la prima fu il 2 aprile a Washington D.C., quando la storia del cinema ebbe un sussulto.

Stanley Kubrick ce l’aveva fatta: l’opera totale, sinestetica, che sarebbe diventata la pellicola del secolo aveva fatto capolino sul grande schermo.

 

 

Prendendo spunto da The Sentinel di Arthur C. Clarke,racconto del 1948, embrione del capolavoro, Kubrick dipinse un mosaico che ancor oggi appare nuovo, moderno, futuro. Sì, ancora oggi nel 2012, quando la data cardine del titolo è passata da undici anni, rischiamo di non essere pronti a una tale visione. Sentirsi (in) comprensibilmente ancora spettatori inadeguati di fronte al film assoluto. Lo scarto è con tutto quello che è stato girato prima. Lo scarto è con tutto quello che è stato girato dopo.

 

Le tematiche sono troppe, tutte attuali, per pensare d’immaginarle insieme in un’unica pellicola. Il rapporto uomo-macchina che anticipa di trent’anni la genialità di Matrix e di decine di altri, osannati titoli. Le innovazioni tecnologiche, il rapporto tra musica e immagini, astronavi che danzano sperdute nell’universo al ritmo del valzer di Johann Strauss figlio, Sul bel Danubio blu: solo Andrej Tarkovskij, e solo tre anni dopo, riuscirà ad avvicinare con Solaris, non solo risposta sovietica a Kubrick, cotanta magnificenza cinematografica.

 

2001: Odissea nello spazio rappresenta così un liturgicamente straordinario concerto audiovisivo dove l’apparato sonoro rincorre ravvicinatamente quello visivo. Raggiungendolo sempre.

E poi la filosofia, naturalmente. Mai stata così suggestiva sulla pagina, come in qualsiasi fotogramma del(capo)lavoro massimo di Kubrick.

Nietzsche sì, ma non solo. Eterno ritorno e űbermensch sulle note di, guarda caso, Also sprach Zarathustra di Strauss, Richard questa volta.

 

L’evoluzione delle scimmie avvenuta, non a caso, attraverso la scoperta della violenza: la legge del più forte per andare avanti oggi nel mondo del lavoro; la legge del più forte per andare avanti ieri, forse l’altro, all’alba dell’uomo.

E poi il monolite arrivò nuovamente. Il simbolo per eccellenza dell’immaginario cinematografico del ventesimo secolo riappare fragorosamente sullo schermo.

Cosa rappresenta?

Il sapere, forse.

La scoperta di noi stessi e di cosa possiamo diventare? Perché no?

E Dio?

E Dio.

Nel finale l’uomo incontra sé stesso morente per vedersi rinascere soltanto al raggiungimento di un ulteriore (ultimo?) stadio di evoluzione.

Un bambino cosmico che non rappresenta soltanto il momento più alto della storia della settima arte: quando vediamo i suoi occhi, infatti, al termine di un viaggio infinito della durata di un film, stiamo ammirando una delle vette artistiche dell’intera esistenza umana.

Oltre l’infinito.

Oltre la vita.

Oltre l’uomo.

Oltre il capolavoro.

Oltre il cinema.

Oltre.

Semplicemente.

 

 

 

 

 

 

 

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