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Tim Burton  

FrankenweenieIl mondo alla rovescia è un noto topos che fin dal Medioevo, come insegna Bachtin, ricorre in arte e letteratura, e ci restituisce una realtà totalmente alterata e contraria rispetto ai valori e ai costumi tradizionalmente accettati/accettabili. L'universo di Tim Burton può senza dubbio alcuno classificarsi come il mondo alla rovescia più oscuro e affascinante del cinema contemporaneo e fin dalle sue origini si può notare come il ribaltamento delle convenzioni sia questione assai urgente, quasi irrinunciabile per il regista-disegnatore di Burbank. Il suo primo mediometraggio, Frankenweenie, è del 1984, e tuttavia già contiene tutti quei topoi che ne costituiscono, consolidandosi in breve tempo, lo stile inconfondibile: l'ossessione per il mostruoso, l'immaginario gotico, fatto di silouhettes inquietanti e cimiteriali, ma soprattutto il mondo alla rovescia, per cui ciò che sembra buono e rispettabile è in realtà corrotto, come una mela che nasconda sotto la buccia lucida un brulicare di vermi, e ciò che sembra non conforme, o per meglio dire anti-conforme, sgraziato, socialmente inadatto contiene, a ben guardare, la vera essenza del bello, in senso morale soprattutto.

 

 

Il quartiere dove si svolgono le vicende del film è un altro elemento che dà avvio alla tradizione burtoniana della rappresentazione inquietante dei sobborghi all-american: le casette tutte uguali con giardino, staccionata e auto parcheggiata nel vialetto, come in una  Paperopoli in bianco e nero, le signore perbene con cagnolino a seguito, il vicino discretamente curiosone che butta l'occhio mentre annaffia la siepe. Una realtà rassicurante e per questo terrorizzante, come insegnerà ancora meglio la triste storia di Edward Mani di Forbice. Una realtà perfetta e falsa come una casa di bambola, popolata da individui apparentemente cordiali e amichevoli ma in realtà egoisti e crudeli. Una realtà dalla quale Victor, il giovanissimo protagonista che assomiglia tanto al Burton ragazzino prigioniero di un sobborgo californiano altrettanto patinato, non può che voler evadere e lo fa costruendo mostri nel giardino e filmandone le terrificanti gesta, grazie a una Super 8 e al fedele cane Sparky. La morte del cane con successiva resurrezione frankensteiniana, adorabilmente citazionista, non è che un pretesto per il regista di scardinare l'ipocrisia serpeggiante fra i vicini di casa che non esitano a mettere da parte le cerimonie e il galateo per fuggire inorriditi alla vista della creatura, pronti a linciarlo per difendere i loro animaletti, che sono invece conformi in ogni aspetto.

Il vicinato, nella sua agghiacciante provincialità, teme quello che non  comprende, che esula dalla superficiale logica delle apparenze: così una ragazzina, per la verità piuttosto brutta, viene spaventata dallo Sparky-zombie che interrompe la sua sessione quotidiana di fitness. Ma è sicuro che sia il cane cadavere il vero mostro? O non è piuttosto l'adolescente scheletrica e apparecchiuta, i capelli biondastri penduli in un tentativo di emulare il corpo di poliuretano e nylon della sua Barbie, a mettere i brividi?

Solo Victor riesce a vedere oltre i bulloni e le cuciture, solo a Victor-Tim, amante dei film horror e dei mostri,  è concesso il privilegio di poter guardare, attraverso il cineocchio rovesciato che condivide con lo spettatore, alla vera essenza di Sparky e di rendersi conto che nel suo petto batte (si fa per dire) un cuore nobile e puro, grazie al quale l'(ex) animale impartirà una lezione di straordinaria "dis-umanità" alla comunità intera, rivelandosi, con una sola, eroica azione, l'essere non-vivente migliore del circondario.

Frankenweenie costituisce perciò una grande dichiarazione d'amore: al cinema dell'orrore, senza dubbio (indimenticabile, fra tante, la citazione della Moglie di Frankenstein nella versione bicolore di Elsa Lanchester, riprodotta dalla barboncina fidanzata di Sparky), ma anche al diverso, all'alieno, all'inadatto. Al mondo alla rovescia, insomma, quello in cui vivono Tim Burton e le sue creature, che quando si affacciano alla nostra realtà tristemente conforme e socialmente accettabile, non possono che farlo a testa in giù.

 

 

 

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