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40 anni da I predatori dell'arca perduta: il 12 giugno del 1981 Indiana Jones sbarcava per la prima volta nelle sale americane, con il primo film di una saga che frullava in un mix James Bond e i film d'avventura del cinema classico. Sarebbero seguiti Indiana Jones e il tempio maledetto e Indiana Jones e l'ultima crociata (rispettivamente nel 1984 e nel 1989), poi lo spin off televisivo Le avventure del giovane Indiana Jones e quindi il pasticciatissimo e per certi versi imbarazzante quarto capitolo Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008). E non è finita: nel 2022 arriverà un quinto film, con Harrison Ford che è tornato a indossare la fedora di Indy a 78 anni.

Non ne fanno più di film così. Una volta tanto non è il classico effetto nostalgia a parlare, né la retromania che negli ultimi anni ha circondato i blockbuster americani degli anni 80. Benché gli emuli della saga diretta Steven Spielberg e prodotta da George Lucas siano tantissimi, e nonostante l'evoluzione tecnologica e gli effetti speciali abbiano fatto passi da gigante da allora, gli Indiana Jones restano irripetibili e non sono invecchiati di un giorno. Difficile, ancora oggi, trovare un action così fresco, frizzante e godibile, dove il ritmo non cede per un secondo e il senso di meraviglia pervade lo spettatore in ogni frame. Se I predatori resta il film più riuscito, l'intera trilogia è un capolavoro di emozioni e creatività (ci perdonerà Spielberg se non comprendiamo il quarto film, che purtroppo non ha ripetuto la magia dei primi tre). Ecco dieci motivi per cui lo status di culto resta immutato dopo quattro decenni.

1. Harrison Ford

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Se il successo del franchise è tale, è in gran parte merito dell'attore protagonista (e pensare che inizialmente si era pensato a Tom Selleck). Harrison Ford non è un grande attore, sostiene qualche maligno, e in effetti il suo mix di espressioni talvolta sfiora il grottesco. Ma se uno in una manciata di anni è stato Indy, Han Solo e Rick Deckard, un motivo ci sarà. Il suo Henry Jones Jr. gli è cucito addosso insieme all'iconico costume (inconfondibile come quello di un supereroe), in un mix irresistibile di fascino, spericolatezza, ironia, cinismo e idealismo.

2. L'atmosfera

Gli anni '30 raccontati come un'epoca di avventurieri, di cacce al tesoro, intrighi e misteri, tra Paesi esotici dall'Egitto al Nepal, dall'India all'Anatolia: la scelta di calarsi in un passato romantico e per certi versi mitizzato è sicuramente una delle chiavi vincenti, perché lo scopo è riportare alla memoria i film d'avventura degli anni '30, '40 e '50, tra Errol Flynn e Casablanca, toccando persino il musical nello strepitoso inizio de Il tempio maledetto. A pochi, nella Storia, è riuscito di ricreare così perfettamente un'atmosfera in un racconto di genere (un po' come fa Hugo Pratt in Corto Maltese, per fare un altro esempio transmediale). 

3. Il biblico e il fantasy

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Spielberg e Lucas attingono a elementi tra verità e leggenda della tradizione ebraico-cristiana (l'Arca dell'Alleanza, il Sacro Graal nel primo e nel terzo film) o a culture altre (la religione indù e la pietra sacra Sivalingam nel secondo), rielaborandole a proprio piacimento. L'abbondante dose di soprannaturale, con miracoli e magie ci porta lontano dalla realtà ma ci permette di godere in modo ancora più intenso dell'incanto del Cinema. Ovviamente, quello di Indy è il classico viaggio dell'Eroe, in cui la ricerca del tesoro è in realtà la ricerca di se stessi, l'esplorazione dell'animo umano.

4. Le eroine

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Al fianco di Indy, oltre a comprimari strepitosi come Short Round, Sallah o Marcus Brody, si muovono intrepide eroine ben più interessanti delle (belle ma spesso insipide) Bond Girl che girano intorno a 007. Va però detta la verità: Marion Ravenwwod  de I predatori (Karen Allen), coraggiosa e tostissima ma anche divertente e tutt'altro che svenevole, batte sonoramente ai punti la Willy del Tempio Maledetto (Kate Capshaw, poi moglie di Spielberg), adorabile ma un po' troppo scream queen, e l'odiosa Elsa Schneider dell'Ultima Crociata (Alison Doody). Le attrici, comunque, sono bravissime tutte e tre.

5. I villain

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Sui cattivi si potrebbe scrivere un libro a parte. Spielberg, anche in virtù del suo retaggio ebraico sfrutta astutamente i nazisti come nemici perfetti, andando a recuperarne la nota mania per l'esoterismo. C'è persino un Adolf Hitler guest star (una delle trovate più geniali della saga), macchiette eccezionali come il sadico Arnold Ernst Toth ma anche collaborazionisti esterni non meno riprovevoli quali Belloq e Donovan. Che dire, poi, di Mola Ram, il santone Thug che strappa i cuori dal petto e getta le malcapitate vittime in un pozzo di fuoco?

6. Le scene d'azione

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Come dicevamo già in apertura, le scene action sembrano reggere indifferenti al passare del tempo e forse non saranno datate neppure tra cent'anni (allora esisterà ancora il cinema?). Calvalcate, scazzottate, inseguimenti in moto, corse sui carrelli dei minatori, fughe da templi e da trappole letali: Indy è costantemente di corsa, sballottato tra aerei, carri armati e fuoristrada. Cade e viene preso a pugni ma si rialza sempre, instancabile e ostinato con il cappello che rimane clamorosamente (quasi) sempre al suo posto. Sconfiniamo nel fumetto e nel videogame, senza però mai perdere la dimensione cinematografica che trasforma l'azione in arte pura.

7. Sean Connery

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Il valore aggiunto del terzo film, che va ben oltre la strizzatina d'occhio alla saga di James Bond cui Spielberg si ispira. Difficile trovare un'accoppiata cinematografica padre-figlio straordinaria come quella di Ford e Connery, capaci di costruire un'alchimia perfetta. Henry Jones Sr., stralunato ed eccentrico, si pone nella galleria dei padri lucasiani/spielberghiani: meraviglioso.

8. La colonna sonora di John Williams

Impossibile pensare a Indiana Jones senza sentire nelle orecchie il main theme di John Williams, tra le musiche più magiche scritte dal compositore inglese. Tutta la colonna sonora della saga è straordinaria, da The Map Room: Dawn a The Penitent Man Will Pass.

9. Le battute

Non è solo la spettacolarità visiva a fare grande la saga, ma anche la potenza della sua sceneggiatura. Indiana Jones è un opus derivativo, che trae spunto da mille fonti, ma senza perdere di freschezza e originalità. E ci sono battute che si imparano a memoria: "Nazisti... Io la odio questa gente". "Non sono gli anni, amore, sono i chilometri", "In qualche modo mi arrangerò", "Quegli imbecilli che marciano al passo dell'oca come lei, i libri dovrebbero leggerli invece di bruciarli", "Improvvisamente mi sono ricordato il mio Carlo Magno: "Lasciate che i miei eserciti siano le rocce, gli alberi, e i pennuti del cielo", "Quel genio della Restaurazione...aiuta la nostra Resurrezione!", "Tu hai tradito Shiva!".

10. L'ironia

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Infine, la dimensione comedy è quella che incornicia l'intera parabola avventurosa. L'adrenalina si mescola alle risate e alleggerisce anche le scene più concitate o drammatiche, portando a volte l'action a sfociare nello slapstick (pensiamo a Indy che secca una fila di nazisti con un colpo solo, o alla scena in aereo con Connery). E sequenze come la cena a base di serpenti, scarafaggi e cervello di scimmia semifreddo al palazzo di Penkott, al netto di una faciloneria che oggi suona un po' razzista, fanno ancora scompisciare dalle risate. Forse il miracolo di Indiana Jones sta proprio in questa mescolanza di generi, un cocktail che ancora oggi è semplicemente esplosivo.

 

 

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