Il Conformista
 
“Sto per costruirmi una vita normale. Sto per sposare una piccolo borghese.
Mediocre. Piccole ambizioni. Tutta letto e cucina”.

È attorno al concetto (e a una spasmodica ricerca) di normalità, che ruota Il conformista. Che poi normalità sia essere un “vero cittadino, un vero patriota, un vero fascista” è tutto da dimostrare. A meno di un mese dalla morte del maestro Bernardo Bertolucci, ci piace ricordarlo percorrendo i suoi primi passi. 1970. Siamo prima dello scandalo di Ultimo tango a Parigi, prima dei grandi kolossal e dei premi Oscar. Nove, per L’ultimo imperatore. Nove Oscar per l’Oriente, per la crudeltà della storia, per l’epica che si fonde con la solitudine.

L’esordio del regista si colloca nell’Italia degli anni Sessanta, sotto la buona stella di Pasolini e l’influsso di Jean Luc Godard e della Nouvelle Vague, che emerge sia sotto il piano stilistico che sotto quello narrativo. Dopo Prima della Rivoluzione, delicata opera di formazione, specchio di un giovane, borghese e comunista, innamorato e insoddisfatto, alla ricerca del proprio posto, Bertolucci ci presenta un altro giovane in conflitto, con se stesso e con il mondo.

Protagonista de Il conformista, adattamento dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia, è Marcello Clerici (un superbo Jean Louis Trintignant), ingaggiato, su base volontaria, dall’OVRA, per uccidere un suo ex professore di filosofia anti-fascista in esilio in Francia. Approfittando del viaggio di nozze a Parigi con la moglie Giulia, una borghese insignificante e perennemente ubriaca, magistralmente interpretata da Stefania Sandrelli; Marcello, prima di compiere il delitto, ha modo di frequentare il professore e di invaghirsi di Anna, l’affascinante e misteriosa consorte (Dominique Sanda).

La storia di Marcello si snoda attraverso una serie di flashback, che portano alla luce una lunga lista di problematiche psicologiche mai risolte, a cominciare dal grosso peso di aver ucciso un autista conosciuto da adolescente, Lino, che avrebbe tentato di abusare di lui. Si aggiungono una madre morfinomane e un padre in carcere, violento e sifilitico.

Marcello è il tipico personaggio moraviano, cinico e conformista appunto, perfettamente inserito nella farsa della società. Un personaggio in maschera, che vive con malcontento quell’ipocrisia borghese da cui è soffocato: celebre è la scena del ballo a Parigi, che oltre a colpire per il sensuale affiatamento tra Anna e Giulia, ci mostra il protagonista al centro di una danza furibonda, inglobato completamente.

Bertolucci va oltre Moravia, non solo alterando il finale, ma inserendo personaggi memorabili come Italo, l’amico non vedente di Tintignant, perfetta metafora della cecità della borghesia fascista. E non è un caso che, a casa di Luca Quadri, il professore di filosofia, Marcello ricordi il mito della caverna di Platone: non c’è realtà, accontentiamoci di ombre, di vedere come Italo, di non vedere appunto.

“Mi sono già pentito. Voglio essere perdonato dalla società. Sangue col sangue”.

Marcello, cinico e spregiudicato, ma tormentato da colpe e paure innominabili, ci appare nella sua mostruosità e nelle sue ricerche come un personaggio tragico, un Edipo contemporaneo.

L’omicidio del professore è, in qualche modo il prezzo da pagare per raggiungere quella tanto agognata normalità. Rinnegare ogni sentimento, che sia l’amore, la famiglia o la latente omosessualità, e dunque conformarsi, non può che essere la strada della salvezza.

Magnifici i riferimenti alla pittura metafisica di Giorgio De Chirico. Ottima la fotografia di Vittorio Storaro. Soprattutto, essenziale allo sviluppo del personaggio: un gioco di luce e ombra, realtà e apparenza, che affascina e spaventa al tempo stesso.

Il film di Bertolucci spiazza e convince, spingendoci a premere il tasto “rewind” e guardare e riguardare le stesse scene.

Conformarsi, assumere una forma.

Ci chiediamo, alla fine, che forma abbia assunto Marcello.

La messinscena cade, il fascismo finisce e il protagonista incontra Lino, il pederasta che credeva di aver ucciso. Ecco che allora si alza forte il grido “Fascista! Fascista!”. Marcello incolpa Italo, poi accusa addirittura Lino dell’omicidio del professor Quadri.

Nessuno sembra ascoltare, mentre, inghiottito ancora una volta dalla folla, che questa volta intona esultante l’inno di Mameli, Marcello rinnega per l’ennesima volta se stesso.

Sguardo in macchina, le luci si spengono. Novello Jean Pierre Leaud, Marcello ci guarda e ci interroga. Nel 2018 come allora.

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