Blonde

Su Netflix

Blonde, quarto lungometraggio lunghissimamente covato di Andrew Dominik - che già mostrò tutto il suo ribollente e sconfinato talento con quella mitica e sfolgorante pellicola che è L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (ma non solo, ovviamente), e che alcuni ridussero, e continuano stoltamente a ridurre, a sterile e compiaciuto manierismo autoriale d’alta classe - trionfa nell’apparentemente impossibile impresa che mai nessuno è riuscito a (o ha anche solo tentato di) compiere: trasfigurare e restituirci, letteralmente, la profonda, opaca e distruttiva complessità di Norma Jeane Mortenson Baker, AKA Marilyn Monroe.

La visione d’insieme, le atmosfere sospese e pulviscolari, le scelte stilistiche, le stratificazioni e il linguaggio proteiforme di questo film monumentale e sconvolgente sono sì morbosamente perturbanti, tetre, angosciose, finanche nauseanti, e molto: ma era proprio questo, chiaramente, l’obiettivo di Dominik: quello di calarci senza infingimenti e indoramenti di pillola nella solitudine intrinseca e negli abissi più reconditi della fragile, labilissima psiche di una donna-icona che ha incontrato (molto) spesso il male di vivere e che ognuno di noi, volente o nolente, ha contribuito ad assimilare e distruggere.

Un’operazione messa in atto nella maniera più ardita, composita e radicale possibile, e che consente all’australiano di dar vita ad una polifonia mortuaria e raggelante, a una passerella di fantasmi, di defunti che tornano in vita: di simulacri scomparsi che riacquistano una vitrea e inquietante concretezza, come spettri che rivivono sostanziando la natura abbacinante, fantasmatica e illusoria del cinema: un giro di vite bagnato dal sole nero di Los Angeles, un incubo dai contorni traslucidi, un’ordalia horror senza vie d’uscita, una prigione soffocante senza alcuna possibilità di salvezza: tour de force visivo, acustico e intrauterino al quale si assiste in uno stato di trance: di sconvolgimento interiore per ciò che si sta guardando, imprigionati ma al contempo sedotti.

Dominik ci ingabbia brutalmente e scientemente nell’anima tormentata di Marilyn portandoci a ripercorrere gibsonianamente tutte le tappe del calvario che questa donna subì nel corpo, nella mente e nello spirito mentre l’universo che le gravitava attorno (cioè noi) si compiaceva concentrandosi lascivamente sulla sua apparenza più decifrabile e luminosa, sulle sue forme, sulla sua perlacea e lucente bellezza: su quella finta ocaggine che per fragilità cavalcava lei stessa nel goffo e disperato tentativo di nascondere i suoi insanabili complessi come il terrore della malattia mentale ereditata dal ramo materno, l’atavico timore di non essere una figlia voluta, il disagio di non sentirsi mai autenticamente compresa mentre il mondo procedeva senza accorgersi di nulla, troppo concentrato a plasmare la granitica e scintillante iconografia dell’immaginario pop collettivo che tutti conosciamo e che tutti abbiamo contribuito warholianamente a codificare e diffondere (mentre tutto, a onor del vero, era ben più che visibile anche all’occhio meno sensibile: riguardate anche solo qualche estratto de Gli spostati o de Gli uomini preferiscono le bionde, e provate a raccontarvi che non si leggeva chiaramente la disperazione implorante aiuto stampata sul suo diafano e cagionevole viso).

Dalla madre violenta e psichicamente disturbata alla figura di un padre assente e ossessivamente cercato in ogni uomo che incontra per l’intero corso della sua breve e tragica vita (nocciolo e snodo cruciale del racconto che ha inevitabilmente condotto all’espoliazione subita da chiunque l’abbia posseduta: al suo essere svilita, sessualizzata e puntualmente ridotta a carne da macello, algido oggetto di puro e animalesco godimento senza che nessuno provasse anche solo lontanamente ad andare oltre, a scalfire la superficie accettandola per la creatura delicata, complessa e multiforme che era); dal mero godimento dell’ambiguo triangolo sessuale di figli indesiderati composto da lei e da Chaplin ed Edward G. Robinson Jr. (con molti momenti di genialità pura ed elettrizzante come le teste distorte dei due adescatori che si uniscono formando un’idra, la dissolvenza letto/cascate del Niagara o le stelle del cosmo che si tramutano in spermatozoi) al silenzioso ma reiterato ricondurla a se stesso di Arthur Miller; dall’animalità possessiva, violenta e radicata del maschilismo di Joe DiMaggio (guardate semplicemente come le afferra il collo durante la proposta di matrimonio) fino alle menzogne e ai ricatti, ai maltrattamenti e agli aborti subiti: tutto, ci mostra spietatamente Dominik, concorse a fare di Marilyn un lacrimevole fantasma, a non esistere realmente per nessuno: a non essere mai compresa, nemmeno per un fugace istante, per la sua reale ed evanescente essenza: per la sua segreta bellezza, rimanendo intrappolata per sempre nei meandri della sua personalità scissa e provata dagli eventi di una vita crudele e segnata in partenza (la de Armas ha un impercettibile rilievo sulla gota sinistra che crea la straordinaria illusione ottica di una lacrima perenne).

Ed è anche, e forse soprattutto, un film sullo sguardo: sguardo di Marilyn sugli eventi, vissuti e sofferti dalla sua prospettiva (ecco perché molte scelte e trovate all’apparenza kitsch o molto arrischiate, come la sequenza in cui la nostra scorge il segnale dello Stop decidendo improvvisamente di non abortire non vanno guardate come facilonerie o azzardi di grana grossa, ma come esempi della volontà ferrea e della capacità magistrale di un regista di restituirci il caos di una mente ondivaga, confusa, infantile, straziata, deformata: non di rado troppo ingenua, in preda agli eventi e mai in controllo di se stessa, sublimata attraverso una messa in scena di rara, ovattata e scioccante potenza (“Non c’è tecnica: sembra solo di vedere una malata di mente”, sentenzia cinicamente un esaminatore durante i provini de La tua bocca brucia in una delle scene più strazianti del film); sguardo nostro, di spettatori inerti ma colpevoli, che guardiamo da e con un’altra prospettiva tutta la vicenda che l’ha coinvolta osservando raggelati le sue private traversie e, di pari passo, le stampe, le foto, i calendari, i poster e i ruoli iconici che l’hanno vista protagonista con un fluidissimo inserimento digitale del volto della de Armas sulla fisionomia della Monroe che crea l’anomalia, l’intermittenza, la perturbazione che ci spinge inconsciamente a rimettere in discussione tutto e che sgomenta sparigliando le carte, invitandoci a ridimensionare le nostre convinzioni e il nostro modo di guardare le cose e fruire il cinema andando oltre la parvenza più immediata delle superfici; sguardo di chi la sfrutta per il proprio piacere manipolandola sottilmente, come Chaplin Jr. che guarda allo specchio - insieme a noi, di riflesso - il suo torso nudo e porcellanato, indifeso, disvelandolo per la prima volta; sguardo - inevitabilmente - sulla Storia, con la precisa destrutturazione di molte vacche sacre della mitologia statunitense che conferma l’ambizione, la potenza e il coraggio senza compromessi di una di quelle opere scomode e fuori dagli schemi che si sarebbero potute vedere in sala, con la loro potenza incendiaria, visionaria e dirompente, negli anni della Nuova Hollywood, e che sono oggi possibili, pare, solo grazie alla libertà concessa da Netflix agli artisti.

E poi, naturalmente, sguardo sublime sul cinema: deformazione, stravolgimento, cambiamento di ritmi e di formati, di obiettivi, di toni, di colori, di sintassi filmica: uso smodato di filtri ed artifici a iosa, alternanza sapientissima e senza soluzione di continuità fra colore e bianco e nero, sfumature, distorsioni e manipolazioni d’ogni sorta ma mai con uno sguardo superficiale, estetizzante o compiaciuto (à la Baz Luhrmann, per intenderci), bensì come acuta investigazione sul mezzo e sui suoi sviluppi, sulla sua forma cangiante e sulle sue molteplici, infinite risorse (stupefacenti - e disturbanti - le riproposizioni millimetriche di svariati scatti e momenti notissimi della vita, pubblica e non, della star): sulla sua connaturata capacità di plasmare immaginari e di aprire, chiudere o intrappolare corpi e sulle possibilità che continua ad offrirci elevando le nostre vite: sulla sua storia e sul suo futuro: risciacquatura di un mondo perduto fatto di immagini cristallizzate nel tempo, di morte al lavoro, di figure che sono ormai parte di noi tutti e che informano le persone che siamo, il nostro inconscio, la nostre movenze e psicologie attraversando la pervasività dei media di massa e la plasticità di corpi che nascondono storie fosche e agghiaccianti come quella di Norma Jeane.

Infine, per concludere (o meglio, per iniziare, a cerchio: perché senza di lei non esisterebbe il capolavoro assoluto, testamentario, ultimativo e sconvolgente che è questo Blonde, e perché lei, semplicemente, è tutto), Ana de Armas, che offre, senza giri di parole, una delle prove più grandi e folgoranti a memoria di spettatore: un qualcosa ai livelli di De Niro in Toro scatenato, o di un Fassbender in Hunger: il loro corrispettivo femminile e non meno sanguinante, capace d’innescare un meccanismo inquietante poiché è come vedere un fantasma, un’ombra che riacquista corporeità e consistenza, un morto che ritorna in vita davanti ai nostri occhi, ma con quella difformità, quello scarto, quel disturbo che è appunto il viso di Ana de Armas impiantato sulla fisicità di Marilyn Monroe, e che è come Madeleine Elster che si reincarna in Judy Barton ne La donna che visse due volte, o come il ritratto di Papa Innocenzo X di Velázquez trasfigurato da Francis Bacon: a prima vista stiamo vedendo qualcos’altro, e potremmo non capire, ma dentro di noi sappiamo, e sentiamo, cosa c’è sotto.

E sotto c’è, appunto, Marilyn Monroe, non Ana de Armas: e questo è un qualcosa che va molto oltre la recitazione: è la prova vivente del genio straripante e della sensibilità fuori dal comune di una persona che è riuscita a comprendere così a fondo e a carpire così dostoevskianamente l'anima e la verità intima di un altro essere umano da entrare in un corpo che non esiste più ma che è come se, tramite il talento e il sentire di un altro performer, vivesse nuovamente: ed è per questo che d’ora in avanti, ogniqualvolta vedremo un film con la Monroe, non potremo non vedere, davanti a lei, Ana de Armas (di per sé un’attrice più dotata rispetto alla già notevole Marilyn, primariamente perché il talento di quest’ultima risiedeva proprio nella sua amabile selvatichezza: in quella mancanza di distacco che traspare da ogni sua pellicola e che finì, come sviscerato con dovizia entomologica e senza colpo ferire in questo film enorme inadatto alle anime candide, per piegarla, fagocitarla ed annullarla).

Inviterei dunque tutti coloro che ritengono la prova di Kristen Stewart in Spencer notevole o quella di Austin Butler in Elvis il non plus ultra della recitazione (un bravo attore imbrigliato in un brutto film che è l’esatto opposto di questo: assolutamente nulla di più) a guardare attentamente questa performance e a rifletterci per un momento, lasciandosi attraversare e vincere da quest’opera concettuale e liberissima, feroce e vellutata, vulcanica e sussurrata, claustrofobica e pervasa da una luce scintillante capace di trascendere il mito librandosi fino alle stelle, così belle e luminose, eppure così sole.

Voto: 4/4

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