mank

Mank di David Fincher è un capolavoro. Una parabola sull’oggi illuminata dalle luci della Hollywood che fu che ci permette di capire a fondo che i tempi saranno forse cambiati, ma che in fondo non è cambiato nulla. Un film assolutamente straordinario e impossibile all’infuori di Netflix perché nessuno l’avrebbe prodotto e nessuno l’avrebbe visto: una realtà avvilente considerato che si tratta di cinema nella forma più pura, sublime e rifulgente.

Mank è uno specchio del presente, una cartina al tornasole di ciò che siamo e di come lo siamo diventati: un caleidoscopio in bianco e nero ribollente di temi scottanti e attualissimi in cui ricorrono frasi, detti, parole, atteggiamenti ed espressioni più o meno felici che costituiscono il tessuto linguistico della nostra contemporaneità e che ognuno di noi avrà sentito nominare almeno qualche volta, specialmente di questi tempi.

In Mank c’è tutto e di più: idealismo e libertà, integrità e volontà dell’artista, politici che promettono ed elettori che abboccano, repubblicani contro democratici (o meglio: “buoni repubblicani” contro “miseri ratti bolscevichi”, un gergo familiare), comunisti e socialisti, smottamenti e divisioni di un Paese disunito e mai riconciliato, proprietà privata e potere xenofobo (i “turisti” che invadono la California ritratti sui cartelloni che il protagonista osserva mestamente dal finestrino della sua auto), malcelata ipocrisia e salvataggio della democrazia, etica e servilismo, egocentrismo e capitalismo, furbizia e cinismo, ignoranza e opportunismo, apparenza e sostanza, slogan e tattiche strappate al dialetto e alla cronaca quotidiana (americana e non) come “Ogni voto conta” o “Se continui a gridare cose false in lungo e in largo, prima o poi qualcuno ci crede”, potere invasivo e capitalistico dei media (una costante nel cinema di Fincher), libertà del cineasta e come esso trovi posto negli ingranaggi dell’industria, trasformazione del cinema e della sua fruizione con annesso parallelismo fra il passaggio dal muto al sonoro di ieri e quello dalla sala alla consumazione digitale in costante evoluzione e dominanza di oggi.

E Fincher, ovviamente, si dimostra non solo in totale sintonia con la realtà del nostro tempo, ma in grado ancora una volta di decifrarla e destrutturarla con la corrosiva acidità che lo contraddistingue, questa volta attraverso il prisma di Citizen Kane (per i pochi che non lo conoscessero col suo vero titolo: Quarto Potere): opera leggendaria e seminale, oggetto poliforme e cabalistico che permise al ventiquattrenne Orson Welles di riscrivere la grammatica del cinema riprendendo il discorso che Jean Renoir cominciò con La Règle du jeu e che Fincher analizza con uno sguardo acuto e illuminante capace di mordere e decrittare storture e ambiguità del presente. Una magniloquente osservazione sul ruolo e la responsabilità dell’artista e in particolare di un artista geniale e dimenticato dalla Storia e quasi schiacciato dalla lotta impari che condusse contro i meccanismi del potere: Herman J. Mankiewicz, scrittore e sceneggiatore, uomo complesso e bisognoso d’affetto, colto e capriccioso, acre e ambizioso, sagace e contraddittorio, cinico e melanconico, rassegnato ma esuberante: una mina vagante di opaca e impressionante vulnerabilità in cui ognuno di noi può immedesimarsi ritrovando in esso tutte le ansie, gli slanci e le angosce delle nostre vite e della nostra quotidianità.

Come la Rosebud dalla quale si dispiegano gli avvenimenti al centro di Citizen Kane, il Mank di David Fincher è un enigma, un oggetto misterioso che racchiude svariati temi uno più affascinante dell’altro: è un’indagine acuminata sulle strutture del potere degli Stati Uniti e sulle scintille che covano al di sotto di essi prontamente soffocate da un sistema bieco e poco lungimirante; un ragionamento sul significato del lascito di un’opera epocale come Citizen Kane e su un personaggio enorme senza il quale Citizen Kane non sarebbe potuto esistere; una perlustrazione dei motivi che spinsero quest’ultimo a scrivere l’opus per eccellenza del cinema americano e quindi i come e i perché, i retroscena e gli scandali, i fervori e i sommovimenti di un’America in panico per l’arrivo di Upton Sinclair (il socialista che disgustava Hollywood: anche questo molto attuale) e della battaglia che il magnate William Randolph Hearst intraprese per fermarlo divenendo il nemico giurato sul quale Mankiewicz plasmò il suo Charles Foster Kane; e dunque le paure, le scosse e gli spettri di un uomo apparentemente perduto e bisognoso di riscatto, intimamente segnato da un nugolo di traversie storiche e personali che diedero il via alla realizzazione del capolavoro che racchiudeva tutta la sua vita e che vedeva come l’ultima occasione per redimersi e riaffermarsi: quello che segnerà il corso della sua storia nonché, trasversalmente, quella del suo Paese.

Con una struttura a flashback precisa come un orologio in cui è bello perdersi e ritornarci e con un’eleganza formale algida e levigata che ammalia e ipnotizza, il regista americano coglie e restituisce con abilità manipolatoria e quasi hitchcockiana tutte le frustrazioni dell’età dell’oro di Hollywood, le distonie e le menzogne, i buchi neri e i falsi sorrisi, il caos e l’inquietudine della California del 1934 col suo conservatorismo dilagante che si fa riflesso inquietante di quello attuale, i classismi e la concatenazione di trame e accadimenti che confluirono nello script monumentale che rivoluzionò il linguaggio filmico terrorizzando la Mecca del cinema e mutandola radicalmente: un percorso che Fincher compie raccontando la lotta silenziosa di un individuo criptico capace non solo di creare un universo che riscrisse indelebilmente la sintassi del cinema ampliandone a dismisura gli orizzonti, ma per il quale fu biecamente ostracizzato da quell’élite stolida e ottusa che guardava (e guarda) ostinatamente alla facciata e al profitto, che ignora (o finge d’ignorare) cosa siano i campi di concentramento e che non è in grado di guardarsi ad uno specchio (o forse, banalmente, non intende farlo) per timore di scoprire ciò che non vorrebbe: quel macrocosmo corrotto e limitato incapace di accettare e accogliere un genio scomodo e incompreso che fu avviluppato e nauseato da quell’ambiente fino al punto di volersene affrancare.

“Dobbiamo riportare gli spettatori al cinema”, si dice ad inizio film in una delle innumerevoli trovate di una narrazione costellata di colpi di fulmine: l’improvvisazione di uno script su una creatura à la Frankenstein tramite la quale Mank e soci si divertono a turlupinare David O. Selznick e Josef von Sternberg, pilastri di una Hollywood alla costante ricerca di nuove idee ma soprattutto di nuovi incassi che fa il paio con il mellifluo e venale Louis B. Mayer interpretato da un immenso Arliss Howard, il quale mette in scena una recita senza ritegno ciarlando di sacrifici (altra parola chiave del nostro quotidiano) e della volontà di tagliare gli stipendi all’interno di un settore in gravissima difficoltà finanziaria (anch’essa con cinema chiusi o periclitanti, ma per la Grande Depressione), proponendo e incoraggiando strenuamente la necessità di un doloroso passo indietro affinché “questo luogo benedetto continui ad esistere”: un cambiamento ferreo ma inderogabile perché “Le vere famiglie si uniscono e si sostengono nei giorni difficili”.

Parole belle, ma parole, per l’appunto: perché la realtà, come toccherà a fondo e come ha già dolorosamente scontato Mankiewicz sulla propria pelle (“E non è nemmeno la cosa più disgustosa che abbia mai visto”), è molto differente.

Perché sotto le luci e i lustrini, i merletti e le parrucche sfavillanti, Hollywood, com’è noto – e questo il cinema classico e ce l’ha insegnato molto bene -, è un covo di serpenti e primedonne assetate di fama e di potere in cui ogni singolo componente pensa al proprio tornaconto e ad una cosa sopra tutte: fare soldi, sempre e comunque.

Hollywood è questo, e questo il mantra indiscusso dell’indorata Babilonia californiana in cui vige e si staglia la regola del successo e del profitto (“Ciò che lo spettatore compra appartiene ancora all’uomo che l’ha venduta: è questa la vera magia del cinema e non lasciate che nessuno vi dica il contrario”, ammette cinicamente Mayer in una delle sue uscite rivoltanti), parola d'ordine della Xanadu imbrillantinata in cui arrivismo, superficialità e false amicizie hanno da sempre la meglio su quanto simboleggia la parte migliore dell’umanità: su quell’onestà morale e intellettuale che sembra ormai un concetto astratto e perduto nel tempo.

Tutte cose già viste, già scritte e già dette spesso anche molto bene, certo, ma Fincher compie il passo successivo dipingendo un auratico affresco di tutte le contraddizioni, le speranze, le fobie e gli squallori di quei miti più o meno noti che hanno modellato le nostre coscienze e sensibilità di spettatori e che si fa specchio della natura umana tout court (come non commuoversi per le umanissime debolezze di Mank o per lo straziante conflitto interiore del tormentato amico Shelly?).

Herman Mankiewicz è un uomo diviso, segnato, confuso, consumato e annebbiato dall’alcol, da una vita di incertezze e compromessi; scrive il copione che gli cambierà la vita da lontano, in seguito ad un incidente che gli ha paralizzato una gamba, isolato nel mezzo del deserto (inevitabile pensare all’Infernale Quinlan, altro immenso capolavoro di Welles), e Mank è l’indagazione dei motivi, della rabbia (quasi) suicida e del disperato bisogno di aiuto e di conforto, probabilmente di amore (è questo che cerca nella starlette Marion Davies sotto la patina dell’amor platonico o comunque irrealizzabile e mai concretizzato?): il viaggio nell’inconscio di un uomo caracollante e provato dagli eventi eppure non vinto, non ancora; il tragitto interiore di uno scrittore e di un artista che sente ancora di potercela fare e che Fincher rimodella attraverso una penetrante meditazione sulla necessità fondamentale della fede nelle nostre idee e sul significato delle nostre scelte: sul dovere di decidere cosa è importante per riconoscersi nel proprio lavoro e dunque in quello che siamo, anche a costo di scontrarci col mondo intero.

Mankiewicz è l’emblema dell’artista contro, incompreso, estraniato, che non vuole capitolare: un intellettuale sagacissimo e financo sovversivo declassato a scribacchino da quella Hollywood bigotta e sbigottita che non lo capisce e che lo teme per il suo vizio di non tenere mai la bocca chiusa; che lo punisce per il sarcasmo acidulo e abrasivo che scuote le fondamenta e che fa arricciare il naso agli stolti: quel sarcasmo che minaccia concretamente un uomo come Hearst e tutti quelli come lui, la sua claque bramosa di affermazione e di illimitato arricchimento.

“Scrivi tanto, mira in basso”, gli dicono, e Mank per un po’ ci è stato, ma ora non più. Deve fare qualcosa “d’importante”: deve dare un senso alla sua vita, riprenderla in mano, rimettere le cose a posto. Il che significa affermarsi per non tradirsi, a dispetto di tutti e di tutto quello che si deve giocoforza sopportare e ingoiare.

In altre parole: deve scongiurare il destino della titanica figura che uscirà dalla sua macchina da scrivere: un uomo mastodontico e tentacolare che perde la sua anima per la sete di conquista e che smarrisce se stesso rimanendo solo e senza amici, gelato e intrappolato nel suo castello di fantasmi.

Welles, col suo ego e il suo talento smisurato e grazie all’infallibile fiuto che lo portò ad individuare nello scrittore in disfacimento il partner perfetto per l’opera sulla quale gli fu concessa libertà totale e inaudita, è una presenza spettrale, dispotica, fantasmatica, astratta, incombente, ma sempre in funzione di altro, di un’altra storia: è il veicolo attraverso il quale si dipanano le circostanze che condussero alla genesi della sceneggiatura che fu esplosiva per Hollywood e al tempo stesso la rivincita di un sognatore: il trionfo momentaneo del miraggio di un’America liberale e progressista destinato ad infrangersi di lì a poco e molte volte ancora.

Perché Citizen Kane, per Mank, è un atto di rivolta. Anche una genuina vendetta, se vogliamo, un’ingegnosa rivalsa: un oggetto che nasce dal disappunto e dallo sdegno a lungo covato e (mal)celato per quel mondo fasullo che l’ha portato ad allontanarsi dalla sua cerchia e dalle presunte sicurezze di un milieu: a recidere i legami col passato e con chi stava (più o meno) tranquillo pur di non tradire la propria essenza, in nome di quella creazione artistica che sposta i confini e che riflette sul mondo e su ciò che siamo, che è poi ciò che Citizen Kane riuscì a compiere e che è il suo autentico lascito nonché un monito per il presente.

Sostiene eloquentemente William Friedkin che Citizen Kane sia uno dei pochi film realmente su ‘qualcosa’, in quanto esemplificazione su celluloide del detto del Vangelo di Marco: “Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”: difatti non è certo un caso che Mankiewicz, per mezzo di Citizen Kane, non parli semplicemente di Hearst ma di se stesso, di ciò che non vorrebbe diventare.

Perché Mank è anche questo: una ricognizione sui pericoli dell’ambizione e sulla seducente bellezza della finzione, sui suoi inganni e le sue crudeltà; sull’affabulatoria e contagiante illusorietà che è la materia di cui è fatta Hollywood e che costituisce la base del sogno americano e di tutte le sue storpiature: delle degenerazioni che scendono per mille rivoli e di cui vediamo ogni giorno gli effetti.

Con una fotografia perlacea e lattiginosa, a tratti quasi amniotica e sognante (ogni frame è ritoccato quasi fosse un restauro), un sound design che dal nitore del digitale ricrea suoni, atmosfere e imperfezioni delle pellicole di una volta (quanto sono belli il fruscio di sottofondo e le bruciature di sigaretta) e con un fuoco di sequenze che sono quadri in movimento ricreati attraverso un lavoro sulla luce e sui contrasti che fa da contrappunto ad una sceneggiatura rigorosissima e stupefacente che è la vera nervatura del film, Mank è un gioiello cristallizzato nel tempo: un dono prezioso che giunge alla fine di un anno atroce dal quale usciremo tutti intimamente cambiati, e che certo non sarebbe tale senza la forza e l’intelligenza dei magnifici interpreti che gli donano l’acqua della vita.

Marion Davies, interpretata da una divina Amanda Seyfried, è il simbolo d’incantevole e incantata purezza e ingenuità nel tumulto della vita e della fabbrica dei sogni di quel turbinio ininterrotto che può farsi stritolante e fagocitante; e il suo rapporto con Mank è dolce, tenero, sfumato, velato di tristezza: una relazione atipica e trasognata, complessa e ovattata come quelle dei classici del tempo, quelle in cui non c’era spazio per le parole ma con uno sguardo si diceva tutto (le crediamo realmente quando sostiene di provare amore o quantomeno una sincera forma d’affetto per Mr. Hearst).

È lei la Rosebud di Mankiewicz, la sua Dulcinea; e lui, che gli piaccia o meno, è il Don Chisciotte a lungo evocato che ingloba molti aspetti di ciò che è ma anche ciò che non vorrebbe essere: l’ombra opprimente di Hearst che lo perseguita ovunque e che lo spinge a perseguire il suo obiettivo.

Gary Oldman è meraviglioso, impeccabile, perfetto. Talmente bravo da sembrare in retrospettiva l’unico uomo adatto al compito: un performer che ha raggiunto livelli di precisione e understatement assoluti e sorprendenti, e che con un’attenzione a sguardi, increspature, gesti, dettagli, sospiri e inflessioni della voce che sfiora l’ossessione ci dimostra di esser diventato, da attore talentuosissimo ma sopra le righe qual era agli inizi, un maestro della sottrazione e dell’intarsio: un attore sottilissimo che dà forma esemplare alla personalità e alle infinite contraddittorietà dell’uomo che esemplifica l’idea cardine del film: Mankiewicz, pur con l’Oscar sopra al camino, non avrà avuto forse ciò che (superficialmente) desiderava (successo, fama, amore, fasti e riconoscimenti duraturi), ma è rimasto fedele a se stesso.

Pur con tutti i suoi difetti, i vizi, gli errori, gli eccessi e le mancanze, non è diventato ciò che non voleva: non è diventato Hearst. È questa la sua vittoria più grande, ed è questo ciò che conta realmente.

Welles si lanciò verso la modernità ripartendo da dove il cinema muto si era fermato mostrandoci per la prima volta il montaggio e la macchina da presa, rendendo il pubblico consapevole dell’artificio del cinema e dei suoi trucchi, della magnifica ossessione di cui ci sentiamo sempre più ignominiosamente spogliati; Fincher, dalla sua, prende il cinema classico e lo rilancia verso il futuro trovando in Netflix il partner ideale: ma non a mo’ di epitaffio di un cinema scomparso e ritenuto vetusto come fece Scorsese con The Irishman (reinventandolo, paradossalmente, grazie allo piattaforma digitale più emblematica e influente della modernità), né tantomeno come Tarantino che guarda Hollywood e le colline di Los Angeles con nostalgia edenica e purificatrice (pur essendogli similare nel vorticoso accumulo di dati, luoghi e protagonisti di un’era scomparsa e congelata nel tempo), ma riallacciandosi al fascino di quel cinema grazie ad un copione scritto dal padre (un vero atto d’amore) che racchiude il suo DNA in ogni sequenza, forse il più intimo e personale, e che diventa ancor più speciale per il credo umano con cui Fincher guarda ai meravigliosi personaggi che popolarono quell’era: per la grazia e la comprensione con cui indaga le incrinature dell’anima e la fragilità dei sentimenti.

Perché grazie all’estrema bravura di Fincher (regista freddo e distaccato solo all’apparenza: riguardatevi Il curioso caso di Benjamin Button) Mankiewicz ritrova la sua linfa resuscitando dai meandri del cinema e del tempo, e Fincher trova in Mankiewicz la perfezione assoluta.

Mank è quanto di più lontano possa esistere da un esercizio di stile. È piuttosto, come fu Citizen Kane, una matrioska, un labirinto, un arcano da disvelare: un codice stratificato che travalica la sua specificità facendosi racconto universale; una scatola cinese da amare e ammirare in ogni anfratto ma mai sterile o fine a se stessa, un mistero evanescente che rimanda all’8½ felliniano non solo per la confusione esistenziale nella testa del suo protagonista, ma per la struttura temporale che viaggia, ondeggia e riscrive le regole del tempo e le coordinate della memoria (più fluida e divagante quella di Fellini, più rigida ma altrettanto ariosa e ricca di eventi quella di Fincher); lo scorcio agrodolce della Hollywood di un tempo e di un uomo che non accetta più la falsità e il compromesso, l’esplorazione della variegata e ambivalente umanità che caratterizzò la sua esistenza e che riaffiora in attimi di autentica bellezza contemplativa come i dialoghi col fratello Joseph (un altro genio) e dalle parole delle donne più intime della sua vita: dalla spregiudicata mistura di illusione e spiritualismo e da quella combinazione vincente di coraggio e spregiudicata follia che diedero vita ad un’opera capitale che rivive oggi grazie ad un esempio di cinema cristallino che chiede l’attenzione dello spettatore e che ci invita ad una riflessione sincera e profonda, che è poi il segreto del vero cinema.

Citizen Kane di Orson Welles è la certezza nel mondo che cambia, la meraviglia del cinema nella sua massima forma che non potrà mai tramontare, che sopravvive alle polemiche e alle piccolezze; l’oggetto poliedrico che sconfigge il tempo e che non smetterà mai di stupire e suggestionare generazioni di spettatori da qualunque angolazione lo si guardi: quello che contiene il seme della storia americana e della sua evoluzione, non solo di allora ma di sempre; Mank di David Fincher è uno studio profondamente umano e scandagliato sulla nostra individualità e sulle ragioni delle nostre scelte: sul modo in cui le nostre sensibilità vengono influenzate quando non guidate o soggiogate dalla Storia e su come nell’alienazione e nella sofferenza si possa a volte rinascere costruendo qualcosa di unico e duraturo: una ricognizione beffardamente leggiadra su come quel girotondo di incroci, ricordi, soggetti meschini o più o meno onesti, piccoli e grandi o positivi e negativi che fossero (ma Fincher è sempre stato un regista di sfumature) abbia contribuito allo sviluppo di Citizen Kane e all’espansione della terra dei sogni che alimentano le nostre vite, illusori o meno che siano.

Stiamo soffrendo, americani e non, per le sventure economiche, storiche, umane e sociali del terribile momento che stiamo vivendo: ci siamo tutti dentro, deprivati del respiro del cinema e della sala, del calore vitale che conforta ed eleva le nostre vite; ma film come Mank, Netflix o non Netflix, ci illuminano sul presente e sulla nostra anima ricordandoci chi siamo e da dove veniamo, restituendoci la speranza e indicandoci il cammino, come il grande cinema deve sempre fare.

Voto: 4/4

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.