vita-davanti-se

Su Netflix

In una Bari “gonfia di odori”, come potrebbe cantare De André, una Bari abitata da spacciatori, transessuali e immigrati, una sopravvissuta all’Olocausto di nome Madame Rosa (Sophia Loren) si prende cura dei figli delle prostitute. Tra i bambini arrivati per ultimi, c’è il dodicenne senegalese Momo (Ibrahima Gueye), con cui nascerà un rapporto profondo per quanto tormentato.

Sei anni dopo il cortometraggio La voce umana, Sophia Loren torna a recitare, ancora una volta diretta dal figlio, Edoardo Ponti. Per La vita davanti a sé, il regista si ispira al capolavoro omonimo di Romain Gary, già portato sullo schermo da Moshé Mizrahi nel 1977, ma ne sposta l’ambientazione originaria da Parigi al Sud Italia.

Il risultato di un’operazione ambiziosa come questa non convince appieno. La narrazione si dimostra infatti prevedibile, a tratti fin troppo didascalica, e l’andamento frettoloso e edificante del finale dà allo spettatore l’impressione di non aver visto nulla di nuovo.

La chiave con cui La vita davanti a sé riesce tuttavia a colpire e a differenziarsi nettamente è la magistrale interpretazione dei due protagonisti, tanto legati l’uno all’altro quanto diversi nel loro modo di vedere il mondo. Il codice che Madame Rosa porta sul braccio per Momo non ha niente di angosciante o di cattivo: è la chiave di una “Batcaverna”. Lui di Auschwitz non ha mai sentito parlare. E se Madame Rosa, fredda e imperiosa anche nei momenti di incoscienza, si rifugia nel passato, Momo guarda al futuro, con gli occhi di un bambino che insegue il suo posto nel mondo. Attratto dalle tentazioni della vita di strada e dello spaccio e allo stesso tempo bisognoso di essere amato, Momo si divincola tra vari modelli genitoriali per poi scegliere quello a cui cercherà di salvare la vita.

I personaggi secondari, Babak Karimi, nel ruolo del negoziante Hamil, di Abril Zamora, nei panni della vicina di casa Lola e di Massimiliano Rossi (“Il Ruspa”) aggiungono consistenza a un film che è prima di tutto una storia toccante di maternità e di integrazione in un contesto famigliare. E una scena di danza spensierata, al riparo dagli incubi e dai traumi del passato, è forse il più bell’omaggio che Edoardo Ponti poteva fare alla madre.

Voto: 2,5/4

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.