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Sacha Baron Cohen (equivalente londinese del nostro Checco Zalone, che da lui ha preso molto) è uno dei pochi artisti viventi capaci di decrittare realmente i malesseri della società americana e del mondo in cui ci è dato vivere: l’unico in grado di riflettere amaramente con astuzia e una certa dose di audacia e genuina incoscienza sul legno storto e puzzolente dell’umanità, sulla doppiezza e sull’inganno insito nell’american way of life e negli anfratti oscuri di una nazione mai così smarrita e periclitante: non a caso il titolo completo del film è Borat - Seguito di film cinema: consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan (Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan). 

La formula, che fu dei Monthy Python, è sempre la stessa: fare incazzare tutti. Tirare fuori il peggio di noi stessi attraverso una caustica ed escrementizia ingenuità: rimestare nel torbido senza vergogna o remora alcuna addossandosi simbolicamente le colpe di un’umanità volgare e allo sbando per poi riproporcele a mo’ di specchio deformante e di simbolica hit di tutta quella serie di orrori in cui ognuno di noi può rispecchiarsi o assistere suo malgrado quotidianamente.

È un atto di coraggio, Borat 2, girato in segretezza in piena pandemia senza che nessuno se ne accorgesse: un grido di pancia genuinamente folle ed eversivo, offensivo e dissacrante, libero e liberatorio. Soprattutto necessario, specialmente di questi tempi.  

Borat è la parte peggiore di noi stessi, quella che tende al male e alla prevaricazione: quella con cui tutti dobbiamo fare i conti, perché tutti possiamo caderci.    

Pochi comici al mondo hanno saputo esplorare così bene, oggi come allora, l’ignoranza e il fanatismo (qualunque fanatismo), l’ipocrisia e l’intolleranza, il razzismo e il qualunquismo, il negazionismo e l’antisemitismo, il classismo e la xenofobia, l’omofobia e l’antiziganismo, il machismo e il maschilismo (ambiguamente clamorosa la parentesi con Rudy Giuliani), la profonda beceraggine americana e non con l’acume e la rigenerante spregiudicatezza di Baron Cohen, il quale comprende perfettamente che l’orrida e reazionaria realtà che si lasciava intravedere nella satira scatologica del primo, brillante capitolo non è più ipotizzabile per il semplice fatto che la realtà, con l’elezione di Trump a guida della sua America chiusa, orrenda e bigotta, ha superato anche la più nefasta e delirante delle fantasie (assolutamente geniale ed esilarante a tal proposito la sottotrama cartoonesca con Melania).

Che fare dunque nell’America God Guns and Trump se non calarsi ancora più a fondo nella rabbiosa demenza di un’umanità senza memoria e senza valori nel disperato e forse vano tentativo di sensibilizzare e umanizzare chi guarda? Di farci capire, stigmatizzandoli (a volte platealmente, altre con meravigliosa e penetrante sottigliezza), che nel momento più critico dell’anno peggiore dell’umanità da molti anni a questa parte c’è forse ancora una flebile possibilità di luce e di salvezza, e che la scelta sta a noi stessi? Che sta a noi essere, per una volta, persone migliori?

Come migliore diventa Borat, reporter becero e sessista che per la prima volta, passin passino, ci mostra una pur timida e lieve maturazione, un’evoluzione e una presa di coscienza, un sussurrato invito alla speranza e all’accettazione dell’altro. E chi innescherà mai questa inattesa presa di coscienza prima negli occhi della figlia e poi in quelli increduli dello sboccato e repulsivo padre padrone? Quella che l’elettore medio trumpiano definirebbe subito, fra un rutto e una scoreggia, una ‘diversa’. Tu guarda.

Voto: 3/4 

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