apostolo  

Su Netflix Dopo le eccellenti prove registiche offerte con The Raid - Redenzione e The Raid 2 - Berandal, in cui ha saputo rivoluzionare il cinema action grazie a una direzione ipercinetica e virtuosistica in grado di riscrivere a pieno i dogmi di tale genere, Gareth Evans, con la sua ultima opera Apostolo intraprende una nuova sfida, cimentandosi con atmosfere folk-horror, tentando anche qui di portare la propria visione autoriale. Siamo agli inizi del Novecento e ci ritroviamo a seguire la vicenda che vede come protagonista Thomas Richardson (Dan Stevens), ex missionario ormai privo di fede, alla ricerca sull’isola di Erisden della sorella Jennifer (Elen Rhys) rapita dalla setta religiosa che governa tale territorio, devota ad una divinità della zona chiamata dagli abitanti con il semplice appellativo di “Lei”. Qui si ritroverà a scoprire che, dietro ad una patina di perbenismo, nulla è come sembra e l’idilliaca vita decantata dal Profeta Malcolm (Michael Sheen), leader e guida spirituale dalle apparenze miti ed affabili, nasconde in realtà ben più di un lato oscuro.

Siamo di fronte a un’opera differente rispetto alle precedenti di Evans. È proprio il cambio di genere che permette al regista gallese di cimentarsi con ritmi più blandi e un cinema maggiormente descrittivo e introspettivo. In particolare nella prima parte del film il cineasta decide di accantonare l’azione vera e propria a favore di una maggiore analisi delle atmosfere e dei personaggi, in cui riescono ad emergere ugualmente le sue capacità, grazie ad una regia accorta e mai banale in grado di mostrare qualità nascoste che con fatica si rivelavano nei suoi precedenti lavori, pur mantenendo intatte quelle peculiarità che ne hanno distinto il talento. Quel maniacale soffermarsi sui dettagli, plongée a scrutare dall’alto i vari avvenimenti, attenzione minuziosa verso la prossemica dei personaggi, sono tutte caratteristiche del suo cinema che si mantengono anche in questa dimensione ma che si uniscono a uno studio maggiormente approfondito verso l’interiorità dei caratteri e una rappresentazione accurata degli ambienti, che diventano anch’essi parte fondamentale della costruzione della suspense.

Dopo la prima ora di film Apostolo cambia decisamente registro, i ritmi si fanno più incessanti e con essi il sangue, quasi del tutto puramente simbolico nella metà iniziale dell’opera, scorre letteralmente a fiumi, accantonando quasi completamente il suo lato “vitale” legato alla divinità dell’isola a favore di scene al limite dello splatter, cruente e di pregevolissima fattura. Evans dimostra anche qui che l’azione e la messa in scena della violenza sono decisamente nelle sue corde e scontri e torture sono costruite in maniera minuziosa e con un’abilità fuori dal comune, grazie a movimenti di macchina perfetti e mai scontati. L’orrore si fa ancora una volta veicolo di denuncia, questa volta, tramite esso, ci si sofferma sull’analisi delle credenze e di come l’uomo spesso, abbandonando la razionalità e tuffandosi a pieno nella superstizione, tralasci col tempo paradossalmente quei dogmi di compassione e uguaglianza che ne sono alla base per inseguire a tutti i costi nel loro nome potere e interessi personali. Così succede anche nella piccola comunità di Erisden dove addirittura “Lei”, l’entità a cui tutti credono, viene sfruttata e imprigionata per rendere fruttuosi raccolti e allevamenti, raggiungendo malauguratamente il risultato opposto a causa della ribellione della divinità.

Se come detto la regia è senza dubbio il punto di forza di Apostolo, a livello di sceneggiatura il film zoppica un po’ e alcuni passaggi non risultano del tutto chiari, seppur l’idea di imbastire all’interno della vicenda sottotrame che portano alla luce le differenti voci degli abitanti dell’isola risulti azzeccata. Anche la durata di oltre due ore appare leggermente eccessiva, probabilmente un minutaggio più stringato avrebbe giovato alla fluidità dell’opera ed eliminato qualche ripetizione di troppo che in alcuni casi crea dei momenti di stanca. Perfetto è invece il contrappunto musicale ad opera dei fedeli di Evans, Fajar Yusekemal e Aria Prayogi, in grado di supportare le immagini con efficacia e alimentare la tensione nei momenti di maggiore thrilling grazie a voci oscure e dissonanze ottimamente calibrate. Nulla da eccepire anche a livello fotografico, la natura e gli splendidi paesaggi sono riportati e dipinti in maniera magistrale e allo stesso tempo la virata sui toni sanguinei di rosso e le oscurità della seconda parte sono gestite anch’esse ottimamente. Per quanto riguarda le prove attoriali c’è da registrare sicuramente quelle di Lucy Boynton e di Michael Sheen, rispettivamente nei panni di Andrea, voce edificante dell’intero film e simbolo insieme alla giovane Ffion di purezza e genuina ingenuità e amorevole compassione, e del Profeta Malcolm il cui desiderio di guidare la comunità travalica alla fine ogni aspetto morale se si esclude una piccola redenzione nell’atto finale. Ottimo anche Mark Lewis Jones nel ruolo di Quinn, la cui sete di potere cresce di pari passo con l’avanzare della vicenda. Una piccola nota di demerito va a Dan Stevens che nelle vesti di protagonista fatica a far emergere in maniera convincente i diversi contrasti che lo attanagliano, risultando nella sua interpretazione troppo monocorde.

In definitiva con Apostolo Evans si conferma uno dei registi più innovativi e di talento della nuova generazione, capace di sfruttare il mezzo cinematografico come pochi altri e di creare inquadrature impossibili dove molti vedono solamente degli ostacoli. Meno interessante risulta invece la sua scrittura che, visto il suo talento nella direzione meriterebbe maggior cura e spessore. Per tali motivi Apostolo è un’opera che lascia in parte l’amaro in bocca; sicuramente è un prodotto degno di attenzione ma viste le premesse viene da chiedersi quale sarebbe stato il risultato con qualche accortezza in più.

Voto: 2,5/4

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