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Era il 1955 quando Lilli e il vagabondo usciva per la prima volta nelle sale cinematografiche. Ora, il classico Disney torna in veste di live-action sulla piattaforma Disney+, diretto da Charlie Bean (The LEGO Movie: Ninjago). La trama non differisce da quella del 1955. Lilli, nell’edizione inglese doppiata da Tessa Thompson, è sempre la cocker spaniel viziata dai padroni, i raffinati coniugi Gianni Caro (Thomas Mann) e Tesoro (Kiersey Clemons), mentre Biagio, che nel film non ha nome e parla con la voce di Justin Theroux, è il randagio dal cuore d’oro pronto a gustare con Lilli la vita di strada e un piatto di spaghetti.

Il film raggiunge l’intento che si è prefissato: regala al pubblico la stessa storia che lo ha emozionato, correggendo i difetti del 1955 e rendendo il tutto più “politically correct”. Un esempio? Tesoro è afroamericana, dunque la coppia Gianni Caro-Tesoro è una coppia mista, mentre i malefici gatti siamesi di zia Sara, da molti criticati perché rappresentazioni stereotipate della cultura asiatica, appaiono ora come dei marginali Devon Rex.

Per il resto, il remake si mantiene aderente all’originale, canzoni comprese, pur concedendo agli umani, accanto ai cani protagonisti, uno spazio maggiore. Eppure, come già Il re Leone di Jon Favreau, la pellicola brilla, con i suoi costumi, gli eleganti oggetti di scena, i fiocchi di neve, ma non emoziona. Lo stupore deriva infatti non dalla visione del nuovo film, ma dalla memoria del precedente.

A ciò, contribuisce l’effetto straniante dato dalla tecnica di computer grafica e dal fotorealismo. La pellicola è perfetta, curata in ogni particolare, ma decisamente poco credibile. Le espressioni degli animali sono forzate, meccaniche, quasi destabilizzanti. Esito prevedibile, in realtà, della volontà di umanizzare gesti e sentimenti canini ad ogni costo.

In definitiva, un punto di forza c’è, ed è la dimensione “family friendly”, che rende il nuovo Lilli e il Vagabondo di Disney+ un piacevole intrattenimento casalingo, volto a celebrare la famiglia. Il messaggio ben si presta, se ci si pensa bene, alla vita da quarantena. Ancora una volta, però, di fronte all’ennesimo remake ci chiediamo: ce n’era davvero bisogno?

Voto: 1,5/4

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