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Una mosca ronza con insistenza. Nel riflesso dei suoi occhi una mano mutilata e il volto tumefatto di un ragazzo steso a terra, incosciente. È con quest’immagine che Jérémy Clapin apre il suo primo lungometraggio d’animazione Dov'è il mio corpo? (J'ai perdu mon corps), vincitore della Semaine de la Critique al 72esimo Festival di Cannes e attualmente disponibile in streaming su Netflix.

Parigi anni Novanta. Per qualche settimana seguiamo la vita di Naoufel, un ragazzo solo e con un passato drammatico. In parallelo, una mano evade dal frigorifero di un laboratorio ospedaliero e si lancia in un’avventura per tutta la città, decisa a ritrovare il suo corpo. Un montaggio alternato che carica di significati una storia leggibile su due piani.

Abbiamo quello delle trovate visive a effetto, degli espedienti creativi per rendere dinamico lo scorrere degli eventi, del gusto per il grottesco e l’assurdo – uno scontro con un piccione, un’evasione da un camion della spazzatura, spiacevoli tête a tête con ratti feroci. E poi abbiamo quello che punta tutto su un copione costellato di occhiolini a chi guarda, il piano dei flashback in bianco e nero che paiono disegnati a matita, rappresentazioni di memorie impresse in un corpo che non si sentiva più pieno e completo da ben prima che avvenisse un’effettiva separazione sul piano fisico.

Si può scegliere di essere divertiti dai repentini cambi di punti di vista, farsi trasportare dal turbinio degli sketch con cui viene intervallata la narrazione principale, oppure rallentare e soffermarsi sui curatissimi dettagli che Clapin e il co-sceneggiatore Guillaume Laurant seminano nel quadro generale per aiutarci a capirne il sottotesto. Frapponendo quel filtro magico e immaginifico che è il formato d’animazione, un tipico gioco di inseguimenti diventa parabola sul ritrovarsi e andare a colmare i vuoti impressi da un trauma che ha messo radici profonde.

Tutto si staglia sullo sfondo di un’infanzia perduta e sul desiderio di lasciarsi assorbire dall’orizzonte, che sia quello percepito dal trentacinquesimo piano un palazzo, quello glaciale e impenetrabile del Polo Sud o quello di una gru che dal particolare di un cantiere sale, trascende e rende raggiungibile un’intera metropoli. A sottolineare, riempire e a volte sfumare c’è la colonna sonora di Dan Levy, palliativa e onirica quando serve ma capace anche di affondi realistici e crudi. Se Naoufel sembra momentaneamente trovare calore e sollievo nella compagnia di un’altra anima fragile, alla fine sarà lui l’unico eroe della sua storia e ci ricorderà che esistono molti modi per andare avanti, anche quando una parte di noi è ormai persa per sempre.

Voto: 2,5/4

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