Dallas1985. L’HIV si sta diffondendo per il territorio americano a una velocità impressionante senza che la comunità scientifica si dimostri in grado di trovare le giuste contromisure. Ron Woodroof, torero texano cocainome, alcolizzato e omofobo, scopre di esserne affetto ed inizia la sua personale battaglia contro il letale virus dell’AIDS, procurandosi fuori dagli Stati Uniti dei farmaci non approvati dalle autorità competenti del suo paese e rivendendoli a coloro che condividono la sua stessa sorte.

Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, tratto da una storia realmente accaduta, è una tipologia di film biografico cui un po’ tutti, anche se non ce ne accorgiamo troppo, siamo decisamente abituati. Di quei prodotti che adempiono con millimetrica aderenza a tutti i requisiti necessari per farsi piombare addosso una pioggia di Oscar: il protagonista realmente esistito, i tic fedelmente riproposti (in questo caso quasi tutti deplorevoli), una regia d’ordinanza ma smaliziata e capace e un attore in grado di elevare a potenza l’equazione infallibile del cosiddetto metodo: ecco che allora, intorno a un Matthew McConaughey gigantesco e quasi irriconoscibile, si articola un film di solido mestiere, che riesce a intrattenere e indignare ma senza mai superare le rigide barriere del biopic classico.

 

Il “bifolco texano” Ron, sessuomane e smunto, spiritato e con l’accento marcatissimo che ci si aspetta dal suo luogo d’origine, è un perno intorno cui far gravitare una denuncia al sistema sanitario americano che però assume i connotati del j’accuse più di pancia che meditato a fondo e pensato con precisione nelle sue singole componenti. Senza per forza dover parlare di populismo, è innegabile che Vallée strizzi l’occhio al pubblico e ne cerchi la partecipazione, l’indignazione condivisa, l’imbufalirsi pari a quello dei tori che Ron affronta quando è in grado di reggersi su un bestione di quelle proporzioni, frangenti in cui è diversamente lucido che però a dire il vero sono abbastanza sparuti.

E’ l’inevitabile pegno da pagare per un film con queste caratteristiche, rozzo fin che si vuole e didascalismo nelle prese di posizione ma innegabilmente funzionale quando c’è da scendere sul terreno del cuore e dell’immedesimazione, buttandosi a capofitto nell’arena della redenzione (un viatico imprescindibile, per ogni parabola americana che si rispetti, a prescindere se del tutto compiuta o meno). McConaughey, dimagrito di un numero di chili considerevole e allucinato ogni oltre limite immaginabile (altra grandiosa prova, dopo il serafico Killer Joe), conferma la straordinaria e fino a qualche tempo fa impensabile svolta della sua carriera. Una nomination all’Oscar sarebbe il minimo sindacale, per una prova attoriale del genere. E non meno meritevole di lodi è il sempre bravo Jared Leto, nei panni di un dolcissimo transessuale tossicodipendente che troverà nel protagonista un’amicizia su cui ben pochi avrebbero osato scommettere.

 

 

Voto: 2,5/4

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