dancing arabs

DANCING ARABS di Eran Riklis (2014)

Arabi ed ebrei, in quella terra “santa”  israelo-palestinese che continua a grondare sangue, si odiano e si combattono oggi come dieci, venti, cinquant'anni fa.
Di eccezionale attualità appare il passaggio a Locarno di Dancing Arabs di Eran Riklis (Il giardino dei limoni, La sposa siriana), tratto dal romanzo di Sayed Kashua, che affronta un tema poco noto della questione: la discriminazione nei confronti degli arabi israeliani, considerati dalla maggioranza ebrea cittadini di serie B.

Riklis racconta la storia di Eyad (Tawfeek Barhom), ragazzo dal cuore d'oro e dalla mente geniale, figlio di un ex attivista pro-OLP, che finisce in un’esclusiva scuola ebraica dove s’innamora dell’estroversa Naomi (Danielle Kitzis) e diventa amico del paraplegico Jonathan (Michael Moshonov). Siamo negli anni 80-90, quelli di Arafat, Sharon e della guerra del Golfo. Ma politica e Storia restano in secondo piano: quello che scorre sullo schermo, tra le note di Love Will Tears Us Apart dei Joy Division e di disperate canzoni arabe pacifiste, è il difficile come of age di Eyad, costretto a una scelta assurda e radicale. Per essere davvero se stesso, deve paradossalmente cancellare la propria identità personale.

Purtroppo il film, dallo sviluppo narrativo non particolarmente originale, insiste troppo sui binari della retorica e del sentimentalismo. Ma sono difetti in parte riscattati dall'ironia che percorre gran parte della pellicola (in particolare nella deliziosa prima parte dedicata all’infanzia di Eyad), dalla capacità del regista di affrontare lo scomodo tema senza remore né preconcetti e, soprattutto, dall'intensa interpretazione del giovane Tawfeek Barhom, cui basta uno sguardo per bucare lo schermo e sintetizzare tutto il nonsense e la tragicità di una guerra di cui ancora non si riesce a intravedere la fine.

Voto: 2,5/4

 

VENTOS DE AGOSTO di Gabriel Mascaro (2014)

In un villaggio isolato nella giungla del Pernambuco brasiliano, a ridosso di un mare che non perdona, vivono Shirley (Dandara de Morais) e Jeison (Geová Manoel Dos Santos), amanti giovanissimi e appassionati. Ma lei è annoiata dalla vita lontana dagli agi della civiltà, mentre lui scopre l'ineluttabilità della morte. Il primo lungometraggio di finzione del documentarista Gabriel Mascaro è un'opera sensuale e selvaggia, di grande potenza visiva nella rappresentazione dei corpi e della furia degli elementi.

I venti estivi che soffiano incessantemente sono il simbolo di una natura contro la quale è impossibile combattere. Esilissimo nella trama, scarno di dialoghi e denso di carnalità, è il classico “film da festival”, che può colpire (Mascaro dimostra un raffinato gusto per l'inquadratura) o annoiare. Splendidamente naturali gli attori (professionisti e non), ma a restare impressa è soprattutto la bellezza lancinante del paesaggio ritratto.

Voto: 2,5/4

MING TIAN HUI GENG HAO (ON THE RIM OF THE SKY)  di Xu Hongjie (2014)

Qual è il paese più isolato del mondo? Si tratta di Gulu, situato in un remoto dirupo del Sichuan (Cina sudoccidentale): dal 2004 è raggiungibile grazie a una mulattiera, mentre prima di allora vi si arrivava solo arrampicandosi su fragili e pericolanti scale intrecciate alle liane. Shen è l'unico maestro della scuola del villaggio, finché non arrivano dalla città alcuni insegnanti volontari, tra cui il giovane e volonteroso Bao, che cambierà per sempre la vita di Gulu.

A guardare quest'opera prima di una giovane regista cinese sembra di trovarsi di fronte a un film di finzione; si tratta invece di un documentario. La macchina da presa dell'autrice scruta le dinamiche sempre più drammatiche che infiammano la piccola comunità, alternando monologhi-intervista con i dialoghi, i giochi e le lezioni scolastiche dei ragazzi, gli scontri tra le opposte mentalità di Shen e Bao. Poco importa se sia tutto filmato in real time o parzialmente ricostruito a beneficio del pubblico: il ritratto di questa curiosa comunità immersa nella natura della Cina più profonda sembra volerci dire che la scelta tra wilderness e civilization comporta sempre dei traumi.

Ancora una volta il documentario, genere che negli ultimi anni si sta dimostrando sempre più maturo e complesso, non si limita all'osservazione a distanza di un soggetto, ma sceglie di penetrarvi fino in fondo, regalandoci uno sguardo partecipato che permette allo spettatore di calarsi pienamente nella realtà rappresentata.

Voto: 3/4

 

DURAK (THE FOOL) di Yury Bykov (2014)

Dimitri "Dima" Nikitin (Artem Bystrov) studia ingegneria, ma per ora è un semplice idraulico. Sia lui che il padre sono ripetutamente etichettati come “durak” (idioti) dalle loro donne e da colleghi e conoscenti. Ma Dima è l'unica figura veramente onesta in questo sordido e spietato ritratto della Russia odierna, perché cerca disperatamente di salvare gli abitanti di un immenso e lurido dormitorio comunale che minaccia di crollare da un momento all'altro, lottando contro la corruzione imperante dell'ambiente politico locale.

Girato come un thriller, questo atto d'accusa contro la società russa contemporanea, marcia fino al midollo, rivela una certa abilità del regista nella costruzione dell'immagine, cui purtroppo non corrisponde un'uguale qualità a livello di dialoghi. Pur con momenti interessanti, Durak, come film-denuncia contro un sistema a dir poco rivoltante, appare eccessivamente verboso e a volte banale. Si dilunga inoltre decisamente troppo, ma regala, va detto, un bel finale di grande amarezza. Ottimo il protagonista Artem Bystrov, nei panni di un eroe solitario che cerca ostinatamente di conservare un barlume di umanità in un mondo in letterale disfacimento.

Voto: 2/4

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