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Ci sono film capaci di conquistarti fin dalla prima ripresa, lasciandoti completamente stordito anche ore dopo la proiezione. Uno di questi momenti c’è stato a Cannes, di preciso alla Quinzaine des Réalisateurs, quando è passato sugli schermi Neruda di Pablo Larraín. Lasciandosi velocemente alle spalle le futili polemiche sul motivo per cui una pellicola di tale caratura non abbia meritato la selezione del festival, bisogna prendere fin da subito coscienza che siamo di fronte a un giovane gigante, e non si sta parlando di quello portato qui da Spielberg, bensì del cineasta cileno che, dopo aver incantato con Il club, torna a brillare di luce propria.

Il famoso poeta Pablo Neruda (Luis Gnecco) è impegnato nello strenuo tentativo di opporsi alla deriva fascista del governo cileno nel post Seconda guerra mondiale. Nonostante gli sforzi, il futuro premio Nobel verrà prima ostacolato nella sua attività pubblica e poi costretto a espatriare. A dargli la caccia ci pensa l’ispettore Óscar Peluchonneau (Gael García Bernal), incaricato dal presidente Videla di stanare l’ingombrante oppositore e di arrestarlo. La caccia all’uomo sarà, fortunatamente, lunga e difficile.

A scanso di equivoci bisogna subito premettere che Neruda non è un normale biopic, anzi è tutt’altro, un prodotto capace di attraversare diversi generi fino a incontrare il proprio spazio unico. La storia narrata è sì quella del più importante esponente della cultura cilena del ‘900, ma rivista e adattata secondo canoni che deragliano verso il western, il dramma e il melò. Tutto ciò che accade sullo schermo, rapido e senza sosta, potrebbe non essere mai accaduto realmente ma frutto della fantasia del suo autore oppure di colui che sta raccontando. Proprio per questo le due voci narranti che s’intrecciano, quelle di Neruda e Peluchonneau, assumono in quest’ottica un’importanza viscerale. Entrambi senza mai vedersi entrano completamente in simbiosi, vivono in funzione dell’altro, descrivendo con puntuale lucidità la forza che li muove. Lo spettatore di fronte a questo mostro dalle due facce, non è mai completamente sicuro di chi stia dicendo la verità.

Ma la realtà non è importante in questo film, contano invece gli sguardi, le parole (spesso incasellate sotto forma di versi) e le emozioni che emergono forti come la fotografia curata dal solito Sergio Armstrong oppure dalle opprimenti note musicali sempre presenti. Una pellicola da non lasciarsi scappare.

Voto 3/4

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