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MICHAEL KOHLHAAS di Arnaud des Pallières
 

Presentato in concorso Michael Kohlhaas del francese Arnaud des Pallières. Il titolo fa riferimento all'omonimo protagonista del film, un venditore di cavalli del sedicesimo secolo, interpretato da Mads Mikkelsen, che conduce un’esistenza semplice e felice insieme alla sua famiglia. Quando la sua vita tranquilla verrà sconvolta da una grave ingiustizia subita, l'uomo sarà deciso a vendicarsi, e formerà un piccolo esercito pronto a combattere per ristabilire i suoi diritti.

Traendo spunto da un romanzo di Heinrich von Kleist del 1811, Michael Kohlhaas risulta ben presto un prodotto piuttosto piatto e scontato nell’andamento narrativo. Il regista vorrebbe forse proporre un contenuto di denuncia sulle umiliazioni subite dai più deboli, ma il suo messaggio si perde ben presto tra le pieghe di una sceneggiatura scritta frettolosamente.

Da sottolineare la bravura di Mikkelsen che però non basta a giustificare la presenza di un simile titolo all’interno della competizione principale.

 
Voto: 2/4
 
 
THE IMMIGRANT di James Gray
 

C'era molta attesa per l'ultimo lavoro dello stimato regista James Gray. Ambientato nella New York dei primi anni ’20, The Immigrant racconta di Ewa, una ragazza polacca che, insieme alla sorella Magda, decide di emigrare negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Arrivate a Ellis Island, le due saranno costrette a separarsi: Magda, affetta da tubercolosi, viene messa in quarantena, Ewa finirà tra le grinfie di Bruno Weiss, un uomo senza scrupoli che la costringerà a prostituirsi per potersi mantenere.

The Immigrant sembra raccontare l'episodio che sta alla base di tutti i film del regista. Infatti il cinema di James Gray (vincitore, a soli venticinque anni, del Leone d’Argento alla Mostra di Venezia 1994 con Little Odessa) ha sempre raccontato la fine del sogno americano, in particolare dal punto di vista di quegli immigrati europei (di prima, seconda o terza generazione) che s’illudevano di trovare la terra promessa sull’altra sponda dell’Atlantico.

Ispirandosi ai racconti dei suoi nonni, arrivati negli Stati Uniti dalla Russia durante il primo dopoguerra, Gray imprime alla vicenda di Ewa una portata universale che ricorda diversi titoli del cinema muto: dalle comiche dal sapore amaro di Charlie Chaplin (The Immigrant è anche il titolo di un suo film del 1917) ai drammi dell’austriaco Georg Wilhelm Pabst. Grazie a una grande cura formale, in particolare per quanto riguarda la ricostruzione storica, Gray riesce a nascondere (almeno in parte) i brevi passaggi a vuoto di una pellicola a tratti ridondante.

Nel cast, gara di bravura tra Marion Cotillard (Ewa) e Joaquin Phoenix (Bruno Weiss).

Insomma, un film sufficiente dal quale forse si ci poteva (e doveva?) aspettare di più.

 

Voto: 2.5/4
 
 
HENRY di Yolande Moreau
 

Ancor più deludente però si è rivelato Henry, opera seconda dietro la macchina da presa di Yolande Moreau (dopo Quand la mer monte… del 2004) con Pippo Delbono come interprete principale. Titolo di chiusura della Quinzaine des Réalisateurs, il film parla dell’incontro tra due persone sole e provate dalla vita: Henry, un cinquantenne appena rimasto vedovo, e Rosette, una donna con un leggero ritardo mentale che sogna l’amore e la normalità.

Ricattatorio e retorico nella messa in scena, Henry è una pellicola forzata e poco spontanea.

Yolande Moreau ha dimostrato buone doti di attrice (da ricordare in Séraphine di Martin Provost o ne L’esplosivo piano di Bazil di Jean-Pierre Jeunet) ma il suo passaggio alla regia appare ingenuo e ancora prematuro.

Nemmeno Pippo Delbono riesce a imprimere delle qualità alla pellicola, recitando in maniera artificiosa e poco intensa, e non riuscendo a rendere minimamente credibile il suo personaggio. Da evitare.

 

Voto: 1/4


 

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