Jimmys Hall

 

Jimmy’s Hall, di Ken Loach (2014)

Convince, anche se con qualche riserva, l’ultimo lavoro di Ken Loach Jimmy’s Hall, altro film applauditissimo dalla stampa internazionale. Il regista inglese racconta la vera storia di James Gralton, attivista politico irlandese che, all’inizio del secolo scorso, fu costretto a emigrare negli Stati Uniti prima di tornare in patria per combattere la guerra d’indipendenza. Leader comunista, Gralton sfidò le restrizioni della Chiesa Cattolica nell'Irlanda degli anni '20 e aprì una sala da ballo dove poter condividere le sue idee politiche. Presentato all’interno del concorso, si tratta di un prodotto più che discreto, un po’ troppo didascalico nella realizzazione ma ugualmente profondo ed emozionante. Grazie al sempreverde tocco ironico del regista, Jimmy’s Hall riesce anche a divertire, inscenando vere e proprie gag fisiche che strizzano, anche se in minima parte, l’occhio al cinema delle origini. Jimmy’s Hall scorre piacevolmente per tutti i suoi minuti, senza mai però toccare vette elevate di cinema o emozione (ma forse non erano questi gli scopi del regista), concludendosi con un finale un po’ retorico e sempliciotto. 

Dovrebbe essere l’ultima pellicola di finzione di Loach (classe 1936), che ha dichiarato di volersi dedicare in futuro soltanto ai documentari: la speranza è che ci ripensi perché del suo cinema brillante e impegnato c’è ancora moltissimo bisogno.

Voto: 2,5/4

 

 

Sils Maria, di Olivier Assayas (2014)

Dopo aver presentato il suo ultimo lavoro, Après Mai, due anni fa a Venezia, Olivier Assayas torna al lavoro con un film complesso ma affascinante al tempo stesso, che richiederebbe più di una visione per elaborare un giudizio critico completo e preciso. Raccontando la vicenda dell’attrice Maria (una sempre bravissima Juliette Binoche) in balia della sua segretaria (Kristen Stewart) e dei tempi che cambiano forse troppo velocemente, Assayas prova a parlare del disorientamento di una donna che non riesce più a correre dietro a tutto perdendo così ogni punto di riferimento. Se la scelta esplicita e ridondante, oltre che abbastanza elementare, di rappresentare la nuova generazione con tutta l’alta tecnologia possibile (quante volte vengono mostrati cellulari o iPad?), il film convince soprattutto nel suo epilogo, dove un palcoscenico pronto per la messa in scena diventa un grande specchio (non a caso la scenografia prevede vetri trasparenti) della vita di Maria, all’interno della quale la macchina da presa si muove fluida, sicura e pronta a scovare ogni minima emozione. Il film funziona bene, senza mostrare segnali di cedimento o gravi errore da criticare, trascinandosi però troppo a lungo e provando la tenacia del pubblico a causa del suo impianto verboso e statico.

Voto: 2,5/4

Simone Soranna

 

 

 

MOMMY, di Xavier Dolan (2014)

In pole position per la Palma d’Oro, il giovanissimo autore canadese ha infatti conquistato la critica con Mommy, pellicola tra le più applaudite del concorso di quest’anno. In tendenza con la sua poetica cinematografica, a soli pochi mesi di distanza dalla presentazione del precedente film, Tom à la Ferme, alla Mostra di Venezia 2013, il regista propone una nuova storia dai forti risvolti psicologici: Diane è vedova da qualche anno, vive insieme al turbolento figlio adolescente Steve. Il ragazzo, che soffre della sindrome da deficit di attenzione e iperattività, risulta sempre più difficile da gestire tanto che Diane chiederà aiuto a una vicina di casa. Nato a Montréal nel 1989, Xavier Dolan ha all’attivo già cinque film e tutti di straordinario fascino. Mommy dimostra nuovamente il suo grande talento, tanto da regista quanto da sceneggiatore, grazie a una messa in scena esplosiva, irresistibile e ricca di scelte coraggiose e mai banali. L’autore infatti si e ci diverte giocando con il formato dello schermo, usandolo per quasi tutto il film in uno strettissimo 1:1 (così da trasmettere allo spettatore la situazione claustrofobica in cui vive la protagonista) e allargandolo in un paio di sequenze: non si tratta di un semplice esercizio di stile, ma di una scelta mirata a rappresentare le sensazioni mentali dei personaggi. Sono diverse le sequenze emozionanti e difficilmente dimenticabili che il film regala, a partire da un commovente momento onirico in cui la madre immagina per suo figlio un futuro “normale”. Infine è doveroso lodare le riuscite interpretazioni dei tre attori principali: Suzanne Clément (la vicina di casa), Antoine-Olivier Pilon (Steve) e la strepitosa Anne Dorval (Diane).

Voto: 3/4

 

Incompresa, di Asia Argento (2014)

Dopo Alice Rohrwacher, l’altra regista italiana presente al festival, seppur nella sezione Un Certain Regard, è Asia Argento, autrice del film Incompresa. Il film è ambientato a Roma nel 1984 e ha per protagonista la piccola Aria, di soli nove anni. I suoi genitori stanno per divorziare e sono troppo assorbiti dalle loro carriere professionali per poter badare a lei adeguatamente. Ricco di riferimenti autobiografici (i genitori della regista sono Dario Argento e l’attrice Daria Nicolodi, inoltre lo stesso nome della protagonista richiama esplicitamente il nome della regista), è un film molto sentito e personale, onesto seppur troppo caricato dal punto di vista stilistico, soprattutto nella seconda parte. Il cast è altalenante, così come la sceneggiatura che in qualche passaggio risulta troppo impregnata nella vicenda senza riuscire a raccontare i fatti con il dovuto distacco. Ad ogni modo, ci sarà tempo per approfondire tutti questi temi dato che l’uscita italiana di Incompresa è prevista per la prima settimana di giugno.

Voto: 2/4

Andrea Chimento

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