Scarecrow

SCARECROW di ZIG DULAY

Per la categoria Flash del 26° FCAAAL, un intenso dramma familiare dalle Filippine: Scarecrow di Zig DulayBelyn (Alessandra de Rossi) è una giovane vedova che vive con la madre e i tre figli, fra cui il piccolo ed esuberante Popoy (Micko Laurente). La donna riesce a mantenere i propri cari a stento, lavorando come domestica per la famiglia benestante del cognato. Quando però un prezioso orologio d’oro della nipote sparisce, immediatamente tutti i sospetti ricadono su Popoy: ha inizio per madre e figlio un lungo e sofferto cammino verso la scoperta della verità. 

Partendo da un episodio apparentemente banale quale il presunto furto di un orologio da parte di un bambino, Scarecrow (Bambanti in lingua originale, “spaventapasseri”) intende mettere in scena un dramma dalle più ampie implicazioni. Schierandosi apertamente contro chi, pur professandosi maestro di rettitudine, non esita a puntare il dito contro gli indifesi, il regista vuole celebrare la vittoria di questi ultimi: saranno infatti il coraggio di una madre e l’amore che la lega indissolubilmente al proprio bambino ad avere la meglio sull’ipocrisia e la meschinità di una società irrimediabilmente diffidente nei confronti dei meno abbienti.

Quello di Zig Dulay è un lavoro che di certo non lascia indifferenti: un racconto che parte in sordina ma che piano piano alza la propria voce, rivelando una maturità non solo contenutistica, ma anche estetica.

Ottime le prove dei due attori protagonisti, perfetti nell’incarnare la sofferenza dei propri personaggi attraverso una recitazione tanto realistica da lasciare senza fiato.

 

Voto: 2,5/4

 

 

a-peine-ouvre-yeux

À PEINE J’OUVRE LES YEUX di LEYLA BOUZID

Al 26° FCAAAL, in concorso per la categoria Lungometraggi “Finestre sul mondo”, À peine j’ouvre les yeux (Appena apro gli occhi – Canto per la libertà), della regista tunisina Leyla Bouzid.

È l’estate del 2010 a Tunisi: all’alba della primavera araba la giovane Farah (Baya Medhaffar) canta in una band underground politicamente impegnata, che con le proprie canzoni denuncia il malcontento di un paese sotto regime. Personaggi scomodi, Farah e i suoi amici iniziano ad essere controllati dalle forze dell’ordine: cedere alle minacce e alla censura o portare avanti la propria battaglia idealistica?

À peine j’ouvre les yeux percorre i mesi precedenti la rivoluzione, addentrandosi nel cuore dell’implacabile fermento giovanile, tanto audace quanto incosciente. E sceglie di farlo attraverso la storia di Farah, giovane ragazza che non ha paura di far sentire la propria voce, né contro l’ingerenza della madre, né contro quella del regime.

Il lungometraggio parte da un’idea interessante: la scelta di raccontare la rischiosa dissidenza delle nuove generazioni tunisine attraverso l’arte, aprendo una finestra realistica e coinvolgente sui luoghi in cui tale ribellione si esprime. Tuttavia l’impressione è che una tematica tanto importante e complessa – e che dunque meriterebbe un’analisi più approfondita o per lo meno più sfaccettata – venga adombrata, anche laddove gli sviluppi si fanno più drammatici, a vantaggio del prevedibile  percorso di formazione (scontri famigliari e primi amori adolescenziali inclusi) di una diciottenne tanto coraggiosa quanto, come si addice alla sua età, ingenua.

Interessante la colonna sonora, spaccato del panorama musicale alternative indie-rock tunisino.

Voto: 2/4

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.