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Una piccola comunità isolana sta rifiorendo grazie alla coltivazione di fichi neri da parte di un giovane agricoltore che con la sua azienda contribuisce a candidare il suo piccolo paese per degli stanziamenti statali importanti. La morte di un assassino psicopatico rischia però di buttare al vento anni di sacrifici.

Fino a dove siamo disposti a spingerci per il bene comune? Quale compromesso possiamo accettare per difendere qualcosa di (economicamente) prezioso?

Kim Jee-woon con The Quite Family (ma anche Takashi Miike con il suo remake Happines of the Katakuris) rispose a questi quesiti con la black comedy ma Hiroki Ryuchi sceglie invece toni più drammatici costruendo in maniera convincente il ritratto di una piccola comunità disposta a barattare la propria fermezza morale in virtù di una presunta unità sociale che nasconde però non poche ombre.

Il teatro delle vicende, pacifico e solare ma così lontano dal caos claustrofobico delle moderne metropoli, fa da contraltare ai lati più della natura umana, l’egoismo, l’avidita, la diffidenza e la paura per l’estraneo.

La riflessione che ne scaturisce è compiuta ed efficace e nel complesso, pur con qualche lungaggine di troppo, il film funziona bene anche per merito delle convincenti prove attoriali (anche quelle che sembrano un po’ sopra le righe).

Voto: 2,5/4

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