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Tra gli ultimi film presentati nella versione "fisica" al Far East Film Festival 2022 di Udine e terzo classificato tra i premiati (oltre che vincitore del premio all'opera prima), Too Cool to Kill è semplicemente una delle cose più divertenti che ci sia capitato di vedere da un po' di anni a questa parte. Remake del giapponese The Magic Hour, è una specie di favola comica sulla soglia del demenziale che è anche una dichiarazione d'amore al cinema così accorata da essere quasi commovente. 

Siamo su un'isola della Cina che sembra una pittoresca località della vecchia Europa, regno di un boss mafioso che ama investire soldi nel cinema. Peccato che uno scalcinato duo formato da un regista e dalla sorella attrice/produttrice siano in debito con lui di parecchia grana, al punto da escogitare un espediente bizzarro per non farsi ammazzare: lo faranno incontrare con l'inafferrabile Karl, famigerato sicario senza volto che poco prima ha provato a fare la posta al boss stesso, il quale ora vuole conoscere il killer e farselo alleato. Non si tratta però del vero Karl, bensì di un ingenuo attorucolo che i due fratelli hanno assoldato, facendogli credere di essere il protagonista di un film di gangster. Lui ci crede e s'impegna in tutto e per tutto, con le sue discutibili capacità recitative.

In questa parodia scatenatissima ambientata in una fiabesca età d'oro della celluloide (paiono gli anni 50) tutto è di cartapesta, come su un set, con un abbondante uso di CGI per rendere l'atmosfera ancora più artificiosa, incantata. Insomma, è un omaggio al cinema di ieri e oggi, un Bowfinger alla rovescia con un protagonista che pare Hrundi V. Bakshi/Peter Sellers di Hollywood Party e dove ogni personaggio e situazione è costantemente sopra le righe, iperbolico. 

La comicità è di grana grossa, certo, il ridicolo ammanta ogni frame del film e il madornale overacting degli attori è eccessivo, come spesso nel cinema asiatico. Ma la genialità dell'assunto metacinematografico di base e la capacità di portarlo avanti con una serie di gag a ripetizione sono innegabili. Peccato per l'eccessiva lunghezza, che comunque non impedisce allo spettatore di farsi trascinare in un vortice di risate. Menzione d'onore per il pot-purri tra gangster movie e western con omaggio figurativo a Sergio Leone in una scena con alcuni improbabilissimi mafiosi italiani (il boss è Gianluca Zoppa, milanese trapiantato a Pechino!) e per la scena-calco di Cantando sotto la pioggia. Il regista Wenxiong Xing non ci pensa neppure a essere originale e non derivativo: lo scopo (riuscito) di questo caleidoscopio di citazioni e copie carbone è semplicemente divertire dal primo all'ultimo secondo.

Voto: 2,5/4

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