Cinesaggistica

1363528489 chi20ha20incastrato20roger20rabbit20-02-Il suo ultimo film, Flight, uscito nelle sale lo scorso inverno, ha lasciato senza dubbio un senso di malinconia in chi ha ricordo del Robert Zemeckis touch, capace di dare vita ad opere grandiose, entrate nell’immaginario comune con la delicatezza prorompente dei capolavori, del calibro di Forrest Gump, Ritorno al Futuro o... Chi ha incastrato Roger Rabbit?, che quest’anno compie il suo primo quarto di secolo. 25 anni, eppure a rivederlo oggi possiede ancora una modernità e uno sguardo così innovativo che si potrebbe quasi pensare che sia un prodotto dei nostri giorni. La storia di un detective alcolizzato e depresso (Bob Hoskins) che si rifiuta di lavorare per i cartoni animati dopo che uno di loro ha assassinato suo fratello, prende una piega improvvisamente diversa quando si imbatte nel coniglio Roger, cercando di salvare cartoonia dalle mani del perfido giudice Morton (Christopher LLoyd). Una trama da noir, con tutti i leitmotiv del genere – mistero, proibizionismo, interessi, una femme fatale molto particolare e proprompente (Jessica Rabbit) – ma con la spensieratezza e le risate che solo i cartoni animati sanno regalare, benché questo sia uno degli esempi più eclatanti di come non siano solo una faccenda per bambini.

 

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la grande bellezza stillL’acceso dibattito scatenato da La grande bellezza di Paolo Sorrentino è stato un segnale importante non solo per il cinema italiano, ma anche per coloro che quotidianamente ne scrivono. Nella giungla di commenti, recensioni e articoli di approfondimento, alcuni più di altri hanno saputo riassumere le sensazioni che ho provato non appena le luci si sono riaccese in sala. La proiezione di una pellicola tanto attesa non poteva lasciarmi indifferente, ciò nonostante esprimere un mio giudizio netto e sintetico è apparso da subito impossibile. Stordito ed emozionato ho perciò letto compulsivamente qualsiasi parola venisse scritta sul film di Sorrentino appuntato sull’agenda le parti che ritenevo particolarmente argute. Sul foglio come per magia è apparsa questa recensione pastiche:

Leggi tutto: LA DOLCE BELLEZZA

poster-italiano-l-uomo-d-acciaioOrmai bisogna farci i conti, è inutile negarlo o pensare che siano solo episodi passeggeri: i supereroi al cinema sono diventati un genere a stante, rischioso (chiedete ai fan di Spiderman e Batman dopo che hanno avuto a che fare con Mark Webb e Joel Schumacher), ma anche affascinante, che nel tempo ha saputo regalare anche dei capolavori. Per trovare il primo film sui supereroi bisogna tornare al 1978 (il Batman con Adam West, del 1966, è infatti più considerabile come una sintesi della serie tv, più che un vero e proprio film), quando Richard Donner portò sul grande schermo il primo Superman – che vedeva Gene Hackman nel ruolo di Lex Luthor e Christopher Reeve nei panni di Clark Kent – cui poi seguirono Superman II (1980) e Superman III (1983). Il supereroe, creato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Schuster per la DC Comics, ha da sempre il pregio/difetto della perfezione, una sorta di patina buonista e impeccabile che, se da un lato desta ammirazione, dall’altro rende difficile qualsiasi tipo di immedesimazione. Il primo film, comunque resta di ottima fattura, con effetti speciali premiati con un Oscar e grazie anche a una colonna sonora inconfondibile, creata dal grandissimo John Williams, il celeberrimo compositore dei film di Steven Spielberg.

Leggi tutto: Dal fumetto al grande schermo: storia dei supereroi al cinema

up-locandina"Visibilità? Illimitata”

Ellie in Up

 

“Un uomo è vecchio solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni”

A. Einstein

 

 

Verrebbe da chiedersi che cosa vedono Carl ed Ellie bambini quando scrutano l’orizzonte a occhi stretti dalla finestra della loro casa-dirigibile. Prendendo proditoriamente in considerazione il punto di vista di un personaggio digitale, è lecito pensare che il suo sguardo finisca per infrangersi sulla superficie liscia e cristallina dell’immagine, senza poter superare il rettangolo in cui ogni forma cinematografica è incastonata: il campo.

 

Al contrario, alla base di ogni logica visuale del cinema “dal vero” bisogna ammettere l’esistenza di un fuoricampo che ne definisca i limiti concettuali prima ancora che spaziali. L’assenza di fuoricampo sembra essere una delle caratteristiche proprie del cinema d’animazione. Almeno fino a ora.

Up (USA, 2009) di Pete Docter è uno dei capolavori della Pixar che genera un nuovo pensiero dell’immagine digitale. Il film è capace di donare all’animazione l’incanto del fuoricampo attraverso un costante lavorio di svuotamento del campo stesso, che, con intensità crescente, si porta in alto sino alla sua metaforica cancellazione.

 

Leggi tutto: UP o la conquista dello spazio

locandina-story-of-films-2Gli anni ’70 hanno rappresentato una nuova Età dell’Oro per la settima arte. Mark Cousins sceglie di raccontarli mettendo a fuoco due differenti tagli prospettici: quello degli autori emergenti, in America e nel resto del mondo, e quello dell’industria cinematografica, rinnovata grazie al decisivo apporto creativo di alcuni grandi registi. Nel primo gruppo Cousins inserisce tra gli americani nomi fondamentali come quelli di Altman, Coppola, Scorsese, Allen, Peckinpah e Malick e tra gli europei i tedeschi Fassbinder e Wenders, l’inglese Ken Russell, il curdo Yilmaz Guney e il cileno Jodorowsky. Nel secondo gruppo, quello dei registi main-stream o “di massa” Cousins colloca gli orientali John Woo e Tsui Ark e gli americani Spielberg, Friedkin e Lucas, autori rispettivamente di tre pellicole considerate da Cousins cruciali per il cinema di quegli anni: Lo squalo, L’esorcista e Guerre Stellari: Una nuova speranza. Il taglio delle scelte che Cousins compie, invece, per raccontare il decennio successivo, quello degli anni ’80, è più marcatamente politico.

La sua attenzione si concentra sui quei cineasti che, in giro per il mondo, hanno dato voce a proteste e istanze sociali negli anni dell’edonismo reaganiano e del tatcherismo imperante: il cinese Zhang Yimou, l’americano Spike Lee, lo spagnolo Almodovar e gli inglesi Stephen Frears, Terence Davies e Peter Greenaway. Non può infine non destare grande curiosità tra i cinefili la direzione che le scelte del documentario di Cousins impongono al racconto dei 20 anni di cinema a noi più vicini. L’evento cruciale, autentico spartiacque tra un prima e un dopo, è l’avvento del digitale, e la conseguente transitoria perdita di consistenza e distanza dalla “realtà” che, come una vertigine, sembra aver accompagnato l’introduzione di questa fondamentale novità.

Leggi tutto: THE STORY OF FILM: AN ODISSEY di Mark Cousins - II parte

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